Effetto Albemuth
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Categoria: Senza categoria. Inviato: giovedì, 15 gennaio, 2009.
IL CYBERCAPITALISMO E’ UN MODO DI PRODUZIONE?
Da un esame dei modelli teorici elaborati per analizzare le trasformazioni sociali indotte dalle nuove tecnologie, emerge un dato curioso: non sono solo gli autori di area neo e post marxista a utilizzare la categoria di “modo di produzione”, ma anche autori che dal marxismo hanno da tempo preso congedo, o che non vi hanno mai avuto a che fare. Di modo di produzione parlano i teorici del postfordimo (M. Hardt, A. Negri, 2002), ma anche un sociologo come Manuel Castells, che attribuisce troppa rilevanza ai fattori culturali per poter essere definito neomarxista (M. Castells, 2002-2003), e persino un liberale dichiarato come Yochai Benkler (Y. Benkler, 2007); che la si definisca capitalismo immateriale delle reti, economia informazionale, economia dell’informazione in rete o più genericamente economia della conoscenza, sembra dunque che non si possa fare a meno di osservare l’economia contemporanea attraverso il filtro concettuale del modo di produzione. Si potrebbe obiettare che in ciò non vi è nulla di strano, almeno finché il concetto viene utilizzato in senso meramente “tecnico”. Il fatto è, però, che rispettare tale limitazione è impossibile dal momento che nella grande tradizione del pensiero socioeconomico – da Marx a Weber – quando si parla di modo di produzione non si evoca solo un insieme di tecnologie e modelli organizzativi, bensì l’intero sistema di relazioni sociali, giuridiche, culturali e politiche determinato dalla (e che a sua volta determina la) tecnica.
Se ciò è vero, chiunque attribuisca alla “nuova economia” la dignità e il rango di “nuovo modo di produzione” è tenuto a dimostrare che la rivoluzione tecnologica che ha investito la società negli ultimi due decenni del XX secolo, e in questo primo decennio del XXI, sta creando (se non ha già creato) le condizioni per la transizione a un era “post capitalista” (P- Drucker, 1993) . Deve cioè dimostrare che, allo stesso modo in cui – come leggiamo nel celeberrimo passaggio del “Manifesto” di Marx – il mulino ad acqua genera il modo di produzione feudale mentre il mulino a vapore genera il modo di produzione capitalistico, le reti di computer starebbero generando, o avrebbero già generato, un modo di produzione che non differisce da quello capitalistico solo per l’organizzazione tecnica dei processi di produzione e distribuzione, ma anche e soprattutto per la sua capacità di dare vita a un sistema sociale, giuridico e politico assolutamente nuovo.
Qualcuno è riuscito nell’impresa? Gli autori citati in precedenza (ma se ne potrebbero aggiungere molti altri) danno, come si è detto, definizioni diverse di questo presunto nuovo modo di produrre, per cui ciascuno di essi avrebbe diritto a un’analisi critica rispettosa della specificità del suo approccio. Ritengo tuttavia di non compiere un’operazione arbitrariamente semplificatoria affermando che – al di là di differenze che, come alcuni hanno giustamente sottolineato (Grazzini 2008), appaiono spesso terminologiche più che di sostanza – gli elementi comuni a quasi tutti i modelli della società informazionale sono quattro: 1) la produzione e la distribuzione di conoscenze e informazioni è divenuta la fonte principale, se non esclusiva, della creazione di valore; 2) la forma organizzativa che la produzione e la distribuzione di tali risorse strategiche hanno assunto è la forma a rete; 3) le forme di cooperazione sociale su cui si fondano produzione e distribuzione sono oggi il prodotto di processi di aggregazione spontanei, spesso innescati da motivazioni di natura extraeconomica; 4) la “architettura” delle nuove relazioni produttive e sociali è largamente determinata dall’architettura e dai linguaggi (hardware e software) delle reti di computer.
Il punto è: questi elementi sono sufficienti per farci parlare di nuovo modo di produzione (nel senso “forte”, e non puramente tecnico, del termine)? Se concentriamo l’attenzione sul primo elemento, la risposta non può che essere negativa. Dire che il valore si genera soprattutto attraverso la produzione e la circolazione di informazioni equivale semplicemente a dire che questo è oggi il settore strategico della produzione capitalistica. Per il capitalismo, è del tutto indifferente se il plusvalore si genera e si realizza attraverso la produzione e la vendita di beni materiali o di servizi, di automobili, cannoni, film, suoni, sentimenti, parole, esperienze. emozioni o quant’altro: la sola cosa che conta è se questi beni e servizi rivestono, o meno, il carattere di merce. Il dibattito sulla “smaterializzazione” della produzione capitalistica è in atto da almeno mezzo secolo, ed ha generato – oltre a una sfilza di neologismi che condividono il prefisso post: postindustriale, postmoderno, postfordismo, ecc – un’incredibile confusione concettuale sui fondamentali della critica dell’economia politica. Già trent’anni fa (Formenti, 1980), in un lavoro significativamente intitolato “Fine del valore d’uso”, sottolineavo come il dibattito teorico (allora incipiente) sulla terziarizzazione produttiva stesse generando una serie di equivoci in merito alla distinzione fra lavoro produttivo e improduttivo: quello che veniva generalmente analizzato come aumento del peso del lavoro improduttivo – identificato con le attività terziarie, sia avanzate che tradizionali – rispetto al lavoro produttivo – di fatto appiattito sulla produzione manifatturiera -, altro non era, sostenevo, se non l’estensione della produzione capitalistica – che è per definizione produzione di valore di scambio e non di valore d’uso – dai settori tradizionali a un nuovo insieme di attività umane, precedentemente sottratte al mercato capitalistico. Essendo tuttora convinto della validità di tale punto di vista, ritengo si possa affermare senza ombra di dubbio che il capitalismo informazionale è in assoluta continuità con il modo di produzione capitalistico (la “nuova” industria culturale è, per l’appunto, industria capitalistica né merita alcuna etichetta di “post”). Si aggiunga poi che nemmeno la forma di rete della produzione è, di per sé e in quanto tale, in grado di cambiare la natura capitalistica del modo di produrre: benché la transizione dal fordismo al postfordismo sia indubbiamente un mutamento radicale, gravido di conseguenze socioculturali, essa non ha tuttavia, al pari dello spostamento strategico verso la produzione di conoscenze e informazioni, la minima influenza sulle risposte ai seguenti interrogativi: conoscenze e informazioni hanno perso il carattere di merce? Le possibilità di appropriazione privata di tali risorse strategiche sono state seriamente messe in discussione? Se la risposta è no (e a mio avviso è no) è escluso si possa parlare di società postcapitalista.
La prospettiva si fa più complessa non appena l’attenzione si sposta su un altro dei quattro elementi sopra elencati, e cioè non appena si concentra sulle inedite forme di cooperazione sociale rese possibili dalla forma di rete che l’intero sistema delle relazioni sociali viene progressivamente assumendo, e ancor più allorché si concentra sul carattere extraeconomico delle motivazioni che spingono individui, gruppi e comunità a intraprendere tali forme di cooperazione. In effetti, quasi nessuno dei teorici della società informazionale mette seriamente in discussione la straordinaria capacità di reazione e di adattamento di cui il capitalismo ha fatto sfoggio di fronte alle mutazioni socioculturali indotte dalle tecnologie digitali – capacità che aveva del resto già ampiamente dimostrato in occasioni di precedenti rivoluzioni tecnologiche. Se il capitalismo si è dimostrato in grado di adattarsi alla (e di appropriarsi della) economia della conoscenza, sostengono tuttavia autori come Castells, Benkler e altri, esso si trova oggi a dover fronteggiare una sfida del tutto nuova, la quale consiste nel fatto che la conoscenza – la risorsa di cui deve appropriarsi per sopravvivere in quanto modo di produzione – è un bene “non rivale”, nel senso che si tratta di un bene che quando viene liberamente condiviso non solo non diminuisce, ma al contrario aumenta di valore. Una caratteristica decisamente esplosiva dal punto di vista del capitale, dal momento che ciò significa – niente meno – che la produzione e la distribuzione della conoscenza non possono più essere regolate dal mercato; o, per essere precisi, significa che siamo di fronte a mercati che possono funzionare solo se e nella misura in cui il potere politico viene in soccorso del capitale, creando un contesto giuridico (mi riferisco in primo luogo alla produzione di regole sempre più rigide e vincolanti per la promozione e la tutela della proprietà intellettuale) concepito per creare “scarsità artificiale” (L. Lessig, 2005).
Il merito di avere attirato l’attenzione su questo aspetto spetta, fra gli altri, a Jeremy Rifkin (J. Rifkin, 2000), il quale ha dimostrato come il “cybercapitalismo” abbia potuto affermarsi e prosperare esclusivamente grazie alla messa in atto di un contesto giuridico che gli ha consentito di operare delle vere e proprie “recinzioni” dei commons (beni comuni) immateriali (idee, conoscenze, informazioni, esperienze, sensazioni, emozioni, ecc), in modo da ricavare profitto dalla cessione dei relativi “diritti di accesso”. Va tuttavia sottolineato come nemmeno il fenomeno evidenziato da Rifkin e da altri critici della nuova economia possa essere considerato una novità assoluta: ci troviamo infatti di fronte a un’ennesima tappa della “grande trasformazione analizzata da Karl Polanyi (K. Polanyi, 1974), e iniziata alla fine del Seicento con le espropriazioni dei terreni demaniali effettuate dai landlord inglesi con l’appoggio della Corona britannica. Chi può negare che l’ascesa del capitalismo – intesa come progressiva e inarrestabile estensione del dominio del mercato su tutte le risorse naturali e su tutti i prodotti del lavoro umano – sia non un processo “naturale”, bensì il prodotto artificiale di decisioni politiche che hanno di volta in volta creato le condizioni per la sussunzione delle attività umane sotto la forma di merce? Ma soprattutto: fa davvero differenza che a essere oggetto di recinzione/privatizzazione non siano oggi i beni comuni materiali bensì quelli immateriali? E’ dalla risposta a quest’ultima domanda che dipende, in ultima istanza, il giudizio in merito alla possibilità di attribuire alla economia della conoscenza la natura di un nuovo modo di produzione.
Gli autori che rispondono di sì alla domanda possono essere raggruppati in due grandi aree (ognuna delle quali presenta al proprio interno differenze anche radicali che, ai fini limitati di questa riflessione, possono tuttavia essere trascurate): da un lato, abbiamo coloro che ritengono che il processo di “smaterializzazione” della produzione si accompagni a una radicale mutazione della composizione sociale, e in particolare all’emergere di una nuova classe sociale portatrice di interessi, valori e comportamenti destinati a indirizzare l’evoluzione dell’economia verso forme postcapitaliste; dall’altro lato, abbiamo invece coloro che sostengono la necessità di concentrare l’attenzione sulla sfera del consumo, la quale, proprio perché il mercato invade ormai ogni aspetto della vita quotidiana, emozioni e sentimenti compresi, appare oggi pressoché indistinguibile – come attesta il successo del concetto di prosumer – dalla sfera della produzione. Se si adotta la seconda prospettiva, è esclusivamente sul terreno delle pratiche di consumo – in particolare sul terreno delle pratiche della produzione/consumo di comunicazione – che le stesse dinamiche del mercato appaiono destinate ad autodistruggersi, fino dare vita a una società che, come vedremo più avanti, non sarà solo postcapitalista ma anche postpolitica (o transpolitica).
Partiamo dai teorici della classe emergente. Si è parlato, in proposito, di lavoratori della conoscenza (P. Drucker, 1993), di classe creativa (R. Florida, 2003), di classe hacker (W. McKenzie, 2004), ma anche in questo caso, al di là delle terminologie adottate, è possibile circoscrivere un nucleo concettuale comune. Anche se i pareri sull’estensione quantitativa e sulla composizione professionale variano (Drucker concentra l’attenzione sui manager e sugli strati superiori dei quadri tecnico-impiegatizi, McKenzie privilegia i lavoratori dei settori ICT, mentre Florida estende l’analisi a tutte le categorie del terziario avanzato), esiste un diffuso consenso sui fattori che hanno favorito l’emergenza di questi strati, come il processo di scolarizzazione di massa e la “democratizzazione” degli accessi ai livelli di istruzione superiore, imposti dalla crescente importanza dei settori del l terziario avanzato (ricerca e sviluppo, marketing, comunicazione pubblicitaria, pubbliche relazioni, elaborazione, trattamento e memorizzazione delle informazioni, ecc), o come l’esplosivo sviluppo delle tecnologie digitali in generale e delle reti di computer in particolare, che ha accresciuto il peso culturale e “politico” di tali settori, esaltandone il contributo strategico all’aumento della produttività complessiva del sistema. Altrettanto unanimi appaiono i giudizi in merito alla caratteristiche “culturali” di questo strato di lavoratori: si tratta di soggetti motivati da fini extraeconomici – quali il piacere intrinseco per lo svolgimento di attività che non vengono percepite come “lavoro” in senso classico, la ricerca di riconoscimento da parte della comunità dei pari, il gusto per la cooperazione sociale e la condivisione di informazioni e conoscenze che di tale cooperazione sono indispensabile presupposto – piuttosto che dalla ricerca di reddito (considerato un effetto collaterale e in qualche modo scontato delle proprie competenze e del proprio talento); caratteristiche accompagnate dal culto per la meritocrazia, intesa come garanzia di pari opportunità a tutti i partecipanti alla gara per ottenere la palma del “più bravo” nell’ambito di un determinato campo di attività (non necessariamente lavorativo).
E’ evidente che si tratta di caratteristiche socioculturali che mettono questi lavoratori in una relazione oggettivamente conflittuale con l’appropriazione privata del bene comune conoscenza; una contraddizione di fondo da cui ne derivano altre: il mantenimento di rigide gerarchie aziendali – funzionale al controllo capitalistico sulla produzione – appare per esempio incompatibile con le esigenze di “democrazia aziendale” connaturate alle nuove forme di cooperazione sociale rese possibili dalle tecnologie di rete; così come lo sviluppo di rendite monopolistiche di nuovo tipo (un fenomeno particolarmente evidente in settori come la produzione di software e la gestione delle infrastrutture di rete) viene percepito come intollerabile freno allo sviluppo di prodotti e servizi innovativi da parte di lavoratori autonomi e piccole e medie imprese (startup). Si tratta di conflitti che – adottando una prospettiva classicamente marxista – possono essere analizzati come la forma specifica che il conflitto fra capitale e lavoro assume nell’era digitale. E’ questo, per esempio, l’approccio scelto da Enrico Grazzini (E. Grazzini, 2008), il quale ritiene che i knowledge workers, anche se è improbabile che diano vita a organizzazioni sindacali o partitiche (sia perché non vivono la condizione omologata e massificata del vecchio proletariato industriale, sia perché portatori di una cultura individualista incompatibile con tali forme di rappresentanza), sono inevitabilmente destinate a rivendicare un potere politico proporzionale al controllo che essi già di fatto esercitano sulla risorsa fondamentale dell’economia informazionale , vale a dire sulla conoscenza. In particolare, Grazzini delinea la prospettiva di una “rivoluzione lunga”, per cui la transizione a una società postcapitalista non avverrebbe attraverso crisi catastrofiche, bensì in ragione di un lento accumulo di potere economico e culturale nelle mani dei lavoratori della conoscenza, fino a rendere (come è storicamente avvenuto per le grandi rivoluzioni borghesi) il passaggio del potere politico nelle loro mani poco più di una formalità.
Notiamo, per inciso, che si tratta di uno scenario analogo a quello prospettato da autori che, come Castells e Benkler, si pongono in una prospettiva di individualismo metodologico più che di analisi di classe. Castells, com’è noto, non analizza la società informazionale dal punto di vista della lotta di classe, bensì da quello delle interazioni fra gli “strati culturali” (ricercatori, hacker, comunità virtuali, imprenditori della New Economy) che compongono la “Galassia Internet” (M. Castells, 2002); da parte sua, Benkler insiste sulla “democratizzazione” dei mezzi di produzione (Y. Benkler, 2007), nel senso che l’accesso generalizzato alle nuove tecnologie produttive e distributive (computer e Internet), reso possibile dal rapido abbassamento dei costi e da una facilità d’uso che li rende utilizzabili da chiunque, avrebbe creato le condizioni per l’effettiva realizzazione delle promesse – finora mai mantenute – della società liberale. Al pari di Grazzini, questi autori indicano come esempio di un’inedita “economia del dono” (M. Berra, A. R. Meo, 2001) le pratiche di cooperazione spontanea e “gratuita” da parte delle comunità degli sviluppatori del software open source, e delle centinaia di migliaia di redattori “amatoriali” che hanno creato la libera enciclopedia on line Wikipedia; due modelli che confermerebbero la possibilità che la produzione di “valore d’uso” torni a essere la finalità principale dell’attività economica, in controtendenza con i processi di sussunzione al mercato di tutte le attività umane. Questi autori, condividono inoltre con Grazzini la convinzione secondo cui la transizione politica a una società postcapitalista avverrebbe grazie alle stesse tecnologie che hanno creato le condizioni per lo sviluppo di un nuovo modo di produzione: la rete favorisce infatti la nascita di una nuova sfera pubblica, nella quale sarà possibile fra emergere (e organizzare) spontaneamente e democraticamente, dal basso, gli interessi e i valori dei soggetti sociali emergenti. Resta il problema che, come questi stessi studiosi ammettono, nessuno si è ancora fatto avanti per sfruttare concretamente queste inedite opportunità di partecipazione politica. Se è vero che i knowledge workers sono una classe sociale emergente, è anche vero che essi, a tutt’oggi, non sembrano percepirsi come tali, visto che non si danno strutture organizzative (nemmeno in forme nuove: l’uso dei network a fini di mobilitazione e comunicazione politica è stato finora appannaggio esclusivo dei movimenti a carattere ideologico, come i no global) per promuovere i propri interessi. Se è vero, come sostiene Aronowitz (S. Aronowitz, 2006), che la classe è un “fenomeno contingente”, nel senso che esiste solo nella misura in cui condivide storie e tradizioni comuni, occorre ammettere che i lavoratori della conoscenza esistono solo – per usare la classica definizione marxiana – come classe in sé e non come classe per sé.
Dopo avere introdotto il tema della sfera pubblica, conviene ora spostare l’attenzione sulle teorie che indicano nella produzione/consumo di comunicazione lo scenario principale della mutazione. Gli esponenti di questa tendenza teorica, che altrove (C. Formenti, 2008) ho definito neo mcluhaniana, e che afferisce soprattutto al campo della sociologia della comunicazione, ritengono che la sfera del consumo rappresenti il terreno privilegiato tanto dell’emancipazione culturale delle masse dall’egemonia ideologica del capitale, quanto dello sviluppo di pratiche “sovversive” nei confronti delle tradizionali forme di dominio economico-politico. Prendendo congedo dal pensiero critico di matrice francofortese (di cui salvano solo la “eresia” benjaminiana), e dal suo radicale ostracismo nei confronti dell’industria culturale in quanto strumento di manipolazione ideologica delle masse, e prendendo parimenti congedo dalla tradizione francese dei critici della società dello spettacolo (da Guy Debord a Jean Baudrillard), autori come Alberto Abruzzese (vedi, in particolare, A. Abruzzese 1995, 1996, 2001), Michel Maffesoli (vedi, in particolare, M. Maffesoli 2003, 2004, 2008) e Derrick DeKerckhove (vedi, in particolare, D. DeKerckhove, 1991,1994, 2006) sostengono che, nell’era postmoderna, le pratiche di consumo si stanno progressivamente emancipando dalle “leggi” dell’economia, diventando l’ambiente privilegiato della sperimentazione di nuove sensibilità ed esperienze (transizione al postumano), della costruzione di nuove modalità di relazione e aggregazione sociale (neotribalismo) nonché di radicali processi di democratizzazione della produzione/distribuzione di cultura (prosumerismo). Il soggetto della mutazione non è quindi identificato con una classe, ma viene descritto come un soggetto composito e stratificato, irriducibile tanto alla categoria di classe quanto a quella di individuo: si tratta, ad un tempo, di un soggetto antropologico – in quanto, nel solco della lezione di McLuhan sulle mutazioni biologiche e culturali indotte dai media intesi come protesi neurosensoriali, l’ibridazione fra esseri umani e tecnologie digitali starebbe dando vita a un “tipo umano” radicalmente nuovo -, e di un soggetto sociale – nella misura in cui la comunicazione mediata dal computer stimola e favorisce modalità di aggregazione inedite che differiscono tanto da quelle moderne quanto da quelle tradizionali – il tribalismo elettronico della società postmoderna si distingue da quello arcaico perché trascende il “senso del luogo” (J. Meyrowitz, 195). Si tratta, infine, del protagonista di un processo di appropriazione democratica dei mezzi e delle tecniche di produzione, distribuzione e interpretazione dei contenuti culturali. L’ultimo assunto raccoglie l’eredità, da un lato, delle tesi benjaminiane sulla democratizzazione della cultura nell’era della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte (W. Benjamin, 1986), dall’altro lato, della tradizione dei Cultural Studies e delle tesi di Michel De Certeau (M. De Certeau, 2001) in merito alle pratiche di decodificazione autonoma dei contenuti mediali da parte del pubblico – eredità che viene rielaborata alla luce dei mutati rapporti di forza fra industria culturale e utenti/consumatori, conseguenti all’avvento dei nuovi media (con particolare riferimento alle tecnologie del Web 2.0 in quanto piattaforme per la distribuzione di contenuti “autoprodotti”).
Una volta adottata questa prospettiva, il tema della società informazionale come modo di produzione sembrerebbe perdere importanza. Eppure, anche da questo punto di vista è possibile descrivere la mutazione in corso come “ritorno del valore d’uso” nella produzione capitalistica. A condizione: 1) che il concetto di valore d’uso venga assunto in senso più ampio di quello attribuitogli da Marx, estendendolo cioè a tutte quelle modalità (sensoriali/emozionali, oltre che riproduttivi/materiali) di relazione uomo-mondo che non ricadano direttamente sotto il governo del mercato; 2) che l’attenzione si sposti dalla sfera dell’economia alla sfera dell’immaginario. E’ solo dando per acquisita l’esistenza di un’attività produttiva dell’immaginario sociale “autonoma” dalla produzione capitalistica di contenuti mediali, infatti, che gli autori appena citati possono affermare il ruolo “sovversivo” del prosumerismo digitale. Per dirla con Appadurai (A. Appadurai, 2001): è solo perché la mediasfera assicura a tutti gli abitanti del mondo postmoderno la chance di immaginarsi come protagonisti di infinite vite possibili, che nascono comunità di desiderio le quali tentano di mettere in atto tali opportunità. Ritroviamo quindi il concetto, ancorché formulato in modo diverso, della opposizione abbondanza/scarsità, nel senso che l’abbondanza delle alternative di vita immaginate entra in conflitto con la scarsità dei modelli identitari, delle emozioni e delle esperienze “industrialmente prodotti”. Perché tale accostamento non abbia un senso puramente metaforico, affinché cioè il riferimento alla “produzione immaginaria” non venga lasciato a “galleggiare nel vuoto”, privo di qualsiasi radicamento in un soggetto sociale concreto, l’impianto teorico neomcluhaniano avrebbe tuttavia bisogno di un più solido ancoraggio epistemologico. A offrirglielo è il concetto di “moltitudine” elaborato dai teorici del postfordismo, il cui impianto concettuale – come ho dimostrato altrove (C. Formenti, 2008) – presenta non a caso molti elementi di convergenza con quello dell’area di pensiero che stiamo qui analizzando.
L’intero percorso teorico dell’operaismo – cui dobbiamo l’elaborazione più complessa e articolata del concetto di postfordismo – è caratterizzato da un tema costante: l’opposizione fra il general intellect che si coagula nel lavoro vivo – inteso come intelligenza collettiva dei soggetti capaci di esprimere autonomia organizzativa e culturale dal capitale (in sintonia con l’autonomia delle pratiche di consumo dei contenuti mediali di cui sopra) – e il general intellect che si cristallizza nel lavoro morto – il sistema tecnologico e organizzativo che presiede alla produzione. Di qui la lettura delle lotte operaie come espressione del rifiuto del lavoro vivo di lasciarsi assoggettare dal lavoro morto – rifiuto tanto più radicale quanto più trova attuazione la profezia marxiana sul definitivo tramonto della possibilità di assumere il lavoro immediato come unità di misura del valore. E visto che gli effetti della rivoluzione digitale coincidono, di fatto, con il compimento di tale profezia, argomentano i teorici neo operaisti (M. Hardt, A. Negri, 2002), il capitalismo può ormai sopravvivere solo mettendo al lavoro la vita stessa. E qui le analogie con le tesi neomcluhaniane si fanno stringenti: per Negri, infatti, diventa impossibile distinguere fra fenomeni culturali e fenomeni economici, nella misura in cui le relazioni culturali penetrano nel cuore stesso della produzione di valore. Il lavoro postfordista viene analizzato concentrando l’attenzione sul ruolo strategico che in esso viene ad assumere la dimensione linguistico-comunicatiuva (P. Virno, 2001): l’agire comunicativo esula dal suo ambito tradizionale, che era quello della riproduzione materiale della vita, per insediarsi nel cuore stesso della produzione capitalistica; “il lavoro è interazione” (ibidem).
Nasce così un’inedita possibilità di rovesciamento: non è più la macchina (il computer) a sussumere il lavoro ridotto ad attività astratta, ma è il lavoro vivo (la competenza comunicativa dei soggetti concreti) a “colonizzare” la dimensione produttiva, costringendola a inseguire i bisogni, le esigenze e le pratiche di vita dei soggetti. Vi è qui una chiara convergenza con le teorie che indicano nei knowledge workers i detentori del controllo sulla nuova risorsa strategica – le loro competenze, il loro talento, in una parola: il loro cervello – per la produzione di valore; e tuttavia i teorici del postfordismo preferiscono utilizzare, al posto del concetto di classe emergente, il concetto di “intellettualità di massa”, inteso come sinonimo dell’insieme del lavoro vivo postfordista, depositario di “competenze cognitive non oggettivabili nel sistema delle macchine” (P. Virno, 2001, pp. 148-149). A sua volta, l’intellettualità di massa non è inquadrabile nella categoria di classe, perché i suoi confini vanno ben al di là dello strato sociale dei lavoratori della conoscenza: a produrre conoscenza (e quindi a generare valore per il capitale informazionale) non sono solo i knowledge workers, bensì la totalità dei soggetti individuali e collettivi che, per il mero fatto di esistere e di entrare in relazioni reciproche, contribuiscono alla produzione linguistica. Il conflitto – nella misura in cui il capitale si appropria della produttività di ogni forma di vita – è dunque di natura biopolitica, per cui non oppone il capitale alla classe lavoratrice, comunque definita, bensì alla “moltitudine”, intesa come “molteplicità di singolarità”.
In autori come Castells e Benkler, come si è visto, la disseminazione dei mezzi di produzione fra una pletora di soggetti, la maggior parte dei quali opera ormai al di fuori dei luoghi formalmente deputati alla produzione capitalistica, innesca il proliferare di differenze individuali e di gruppo che non appaiono più riducili a un unico denominatore sociale. Al contrario, per i teorici della moltitudine, la proliferazione delle singolarità non solo è compatibile, ma è anzi la condizione che consente l’unificazione di un soggetto lavorativo che coincide, di fatto, con la totalità delle forme di vita. Assumendo tale prospettiva, il problema già evidenziato trattando delle teorie sulla classe emergente si ripresenta però in tutta la sua radicalità: la moltitudine appare, se possibile, ancora meno adatta dei lavoratori della conoscenza a interpretare il ruolo di antagonista del capitale. Per quanto Negri e soci ne esaltino la spontanea potenza produttiva, o addirittura il “potere costituivo”, essa non sembra esprimere alcuna forma di autoconsapevolezza politica, non istituisce tradizioni, non “racconta” nulla di sé, né, tanto meno, dà vita a forme riconoscibili di autorganizzazione politica; al punto che, per darle un minimo di consistenza concreta, i teorici neo operaisti rincorrono la cronaca dei movimenti, nel tentativo di imprimervi il proprio “marchio”. Del resto, questa evanescenza non stupisce, dal momento che il concetto di moltitudine si riduce, come sì è visto, all’astrazione di un “lavoro” che viene fatto coincidere con la totalità delle concrete manifestazioni vitali – e che, sia detto per inciso tende a produrre una controparte altrettanto spettrale. Il “nemico” della moltitudine – senza nemico, come riconosce lo stesso Negri, non si dà costituzione di un soggetto antagonista – si sottrae infatti a ogni determinazione concreta: il capitalismo dell’era delle reti viene descritto come una sorta di entità sovrasensibile, trascendente, un “guscio vuoto” (il quale non cessa però di esercitare un formidabile potere di costrizione moltitudine!), che aleggia sul mondo, in attesa che questo si risvegli e se ne sbarazzi. Come? Dopo avere teorizzato il definito tramonto dell’autonomia del politico (spazzata via dal momento in cui il mercato globale ha svuotato gli stati nazione del loro potere sovrano), Negri si vede dunque indotto a riesumare lo spirito delle sue “lezioni su Lenin” (A, Negri, 2008) e rimangiandosi l’idea secondo cui la moltitudine non può in alcun modo trovare unità rappresentativa, scrive: “Per ricomporsi politicamente questa moltitudine deve passare attraverso l’invenzione di nuove forme di rappresentanza” (A. Negri, 2006).
Sotto molti aspetti, il discorso dei teorici del postfordismo e della moltitudine e quello dei teorici neomcluhaniani si rafforzano a vicenda. Così la tesi dell’autonoma potenza produttiva delle moltitudini trova riscontro nella tesi sull’autonomia degli utenti/consumatori di contenuti mediali; l’attribuzione di un ruolo strategico all’agire comunicativo nella produzione capitalistica di valore corrobora il discorso sullo spostamento dei conflitti di potere (economico e politico) sul terreno dei consumi culturali ed in particolare nella mediasfera, e così via. Esiste tuttavia un ambito – ed è appunto quello che abbiamo evidenziato per ultimo, quello, cioè, della definizione della forma politica della mutazione – in cui questo gioco di rispecchiamento reciproco evidenzia la debolezza di entrambi i discorsi, piuttosto che rafforzarli. Si è appena detto del carattere contraddittorio del discorso di Negri, costretto a “riequilibrare” la teoria sul tramonto dell’autonomia del politico con il richiamo alla necessità di inventare inedite forme di rappresentanza politica delle moltitudini. Si tratta, del resto, di una contraddizione che ha accompagnato l’intera storia dell’operaismo italiano (e delle sue “incarnazioni” politiche, come l’autonomia operaia): da un lato, si vuole affermare la natura direttamente politica dei conflitti socioeconomici, negando la necessità della loro rappresentazione politica, dall’altro si è inevitabilmente costretti ad affrontare il problema della loro organizzazione, e quindi di nuovo della rappresentanza – sia pure attraverso istituti di democrazia e partecipazione diretta. In altre parole: da un lato si vuole mandare in pensione (assieme allo stato nazione) l’astratta figura del “cittadino”, in quanto portatore di diritti politicamente “rappresentabili”, dall’altro si tenta invano di sostituire questa figura con la figura ancora più astratta della moltitudine.
Pur oscillando fra i corni di queste irresolubili aporie, il discorso neo operaista ha tuttavia almeno il merito di mantenere lucida consapevolezza in merito alla necessità di definire una qualche forma di organizzazione e di sbocco politici alle pratiche moltitudinarie. Una consapevolezza che appare viceversa inesistente nel discorso neomcluhaniano. Al contrario: chi si pone in questa prospettiva tende a dare una lettura euforica della crisi della democrazia e della transizione verso forme politiche postdemocratiche. Le preoccupazioni critiche di autori come Crouch (C. Crouch, 2003), i quali denunciano i processi di spettacolarizzazione e personalizzazione della politica e la cancellazione dei confini fra sfera pubblica e sfera privata, vengono rovesciate di centottanta gradi, e assunte a conferma dell’imminente avvento di un mondo che, più che postdemocratico, si annuncia postpolitico, o meglio transpolitico (D. DeKerckhove, V. Susca, 2008). Le radici di questa svolta affondano nel fatto che il compito di sostituire il cittadino nel ruolo di soggetto (trans)politico viene qui affidato al consumatore, o meglio, al consumatore di contenuti mediali. Il fatto che il terreno strategico della lotta politica sia divenuto la mediasfera assume valenza positiva nella misura in cui l’industria culturale, nell’era interattiva dei nuovi media, non appare più in grado di manipolare, ma è anzi costretta a rincorrerne bisogni, desideri e idiosincrasie, fin quasi a “incarnarsi” nelle comunità di utenza. Ignorando la formidabile capacità della tecnologia digitale (hardware e software) di incorporare codici di comando che sfuggono alla comprensione e al controllo della stragrande maggioranza degli utenti, si arriva a teorizzare che non esiste più il riferimento a un codice egemonico (ibidem). L’immaginario mediale viene accreditato di un improbabile statuto di “neutralità” ideologico – culturale; peggio: alimentando il mito del potere di “reincanto” delle tecnologie digitali (tecnomagia), si afferma che l’immaginario mediale si fa oggi “oggettivo” (ibidem), nel senso che l’energia desiderante che si accumula nei contenuti mediali “riappropriati” da parte delle comunità degli utenti/consumatori appare tale da consentirne l’inveramento (dalla potenza produttiva dell’agire comunicativo al ritorno del potere magico del verbo). E ancora: alimentando il mito della natura intrinsecamente democratica delle tecnologie di rete, si nega l’esistenza stessa del problema dell’organizzazione politica della sovversione. La sovversione non nasce dalla resistenza al dominio capitalistico sulla produzione industriale di contenuti mediali, bensì dal loro riciclaggio a fini meramente ludici, la resistenza cede il passo alla “ricreazione” (ibidem) La ricreazione, a sua volta, non presuppone l’esistenza di una coscienza politica riflessiva, né richiede organizzazione; o meglio: l’organizzazione è una prestazione automatica dei processi di aggregazione spontanea delle comunità dei consumatori che condividono interessi e gusti comuni, le fandome online subentrano a gruppi e movimenti politici (H. Jenkins, 2007). Che poi la cultura degli utenti delle piattaforme tecnologiche del Web 2.0 (weblog, social network, wiki, ecc) trabocchi di narcisismo, esibizionismo e individualismo, configurandosi come un arcipelago di mini reality show che riproducono i peggiori standard dei “vecchi” media mainstream, non sembra preoccupare i teorici della transpolitica. Così come i teorici dell’Autonomia Operaia, alla fine degli anni Settanta, inneggiavano alla “barbarie” del proletariato giovanile, esaltandone le pratiche di appropriazione violenta delle merci, i teorici della transpolitica salutano i “nuovi barbari” che scorrazzano nelle praterie di Internet, in cerca di spiccioli di notorietà da conquistare con ogni mezzo.
Il solo risultato di questo tentativo di rovesciare in positivo quello che, decenni fa, qualcuno (J. Baudrillard, 1980) descrisse come il potere di resistenza passiva delle masse alla manipolazione mediatica, è quello di stendere un velo d’ombra sul formidabile processo di ristrutturazione produttiva, nonché di riqualificazione della propria egemonia culturale, che il cybercapitalismo, dopo la crisi degli anni 2000-2001, sta mettendo in atto sfruttando le tecnologie del Web 2.0 (vedi C. Formenti, 2008): messa al lavoro (gratuita) dell’intelligenza collettiva di centinaia di milioni di utenti della Rete, marginalizzazione delle pratiche di cooperazione sociale fondate su motivazioni extraeconomiche (progressivamente riassorbite nel circuito commerciale – vedi la colonizzazione della cultura open source da parte di Google), sfruttamento delle nicchie sottoculturali da parte delle nuove strategie di marketing, ripresa di controllo di imprese e governi sui flussi di comunicazione, con conseguente, drastica riduzione degli spazi di libera espressione e della privacy, ecc. In conclusione: nessuno dei discorsi presi qui in esame riesce a dimostrare che il cybercapitalismo è un nuovo modo di produzione (nel senso marxiano del termine). Certo, l’organizzazione tecnica della produzione ha subito mutazioni tali da indurre profonde trasformazioni in campo sociale, politico e culturale – trasformazioni che potrebbero creare le condizioni per la transizione a una società postcapitalista, ma, allo stato dei fatti, non si vede un soggetto sociale, né, tantomeno, si vedono una cultura e un’organizzazione politiche che possano guidare un processo che, in barba alle tante profezie degli ultimi decenni, non appare destinato a prodursi spontaneamente.
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