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settembre: 2010
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Notizie, commenti, conflitti e immaginari sulla e dalla Rete

Commenti ( ) FACEBOOK E LE ELEZIONI AMMINISTRATIVE IN PUGLIA (APRILE /GIUGNO 2009)

VERSIONE PROVVISORIA

Introduzione

La ricerca, condotta dall’Osservatorio di Comunicazione Politica dell’Università del Salento per conto della Regione Puglia, è iniziata in aprile e si è conclusa con i ballottaggi del 21-22 giugno. Il team di ricerca, diretto dai professori Carlo Formenti e Stefano Cristante e coordinato dal dottor Paolo Mele era composto da nove persone, incaricate di monitorare l’attività di gruppi, pagine e profili attivati su Facebook da esponenti politici, partiti, gruppi di cittadini e associazioni a vario titolo coinvolti nella campagna elettorale per la elezione di governatori di provincia, consigli provinciali, sindaci e consigli comunali di Foggia, Bat, Bari, Taranto, Brindisi e Lecce. Oltre ai flussi numerici degli aderenti a gruppi, pagine e profili, sono stati registrati anche quelli relativi ai materiali multimediali (video, foto, ecc), link e testi (note, commenti, ecc) pubblicati sulle pagine in questione (le elaborazioni dei dati e le relative interpretazioni, affidate al dott. Paolo Mele e alla Dott.sa Flore Pasqua si trovano nell’allegato A). Si sono inoltre realizzate le seguenti attività di ricerca: 1) analisi dei contenuti del materiale pubblicato, condotta dalla dott.sa Debora De Fazio (allegato B); 2) interviste ai soggetti (società e consulenti) incaricati di gestire le campagne online di cinque esponenti politici di spicco che hanno partecipato alla competizione elettorale (comunali di Bari e provinciali di Lecce) – i soggetti sono stati intervistati due volte: la prima all’inizio della campagna, la seconda a campagna conclusa (l’analisi delle interviste, il cui testo verrà allegato alla versione definitiva del rapporto finale, disponibile a settembre, è stata condotta dal professor Cristante nell’allegato C); 3) note etnografiche relative all’andamento della campagna online nelle singole aree geografiche oggetto della ricerca, redatte dagli stessi ricercatori incaricati di condurre il monitoraggio di pagine, gruppi e profili (anche questo materiale verrà reso disponibile a settembre, al momento della consegna della versione definitiva del rapporto finale); 4) sono stati infine raccolti e analizzati gli articoli che la stampa locale ha dedicato al ruolo di Facebook nella campagna elettorale.

La ricerca si proponeva di verificare se, e in quale misura, l’uso a fini di comunicazione politica di Facebook -  oggi la più diffusa piattaforma di social networking sia a livello globale che a livello nazionale – stia evolvendo verso modelli caratteristici dei Paesi occidentali più avanzati sul piano dei consumi tecnologici anche in una regione del Sud Italia come la Puglia che, malgrado i molti passi avanti effettuati negli ultimi anni, appare tutt’ora penalizzata dal digital divide (sul piano culturale prima ancora che in termini di diffusione delle connessioni Internet a banda larga). Pur riconoscendo – come la sociologia delle reti ha ormai ampiamente stabilito – che non ha molto senso classificare le singole esperienze regionali come più o meno “evolute”, in relazione alla maggiore o minore approssimazione a un modello ideale costruito sull’esperienza di realtà nazionali quali quelle di Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Germania, Paesi Scandinavi, ecc, considerati come “avanguardie” dello sfruttamento dei nuovi media a fini politici, culturali, economici e relazionali, resta il fatto che è difficile prescindere dall’effettuare confronti con tali realtà – se non altro perché i media, dando ampio spazio all’analisi di quanto avviene altrove, generano nei soggetti interessati (politici, cittadini della Rete, partiti e associazioni, gruppi di pressione, ecc) sia speranze/aspettative sia motivazioni a “replicare” quelle esperienze nel nostro contesto. In particolare, l’attenzione di politici, cittadini della Rete e operatori della comunicazione politica si è concentrata sul caso Obama: l’uso particolarmente intensivo ed efficace che l’allora candidato oggi presidente degli Stati Uniti ha saputo fare dei social network (Facebook, Twitter, YouTube, blog) nel corso della campagna presidenziale del 2008 ha infatti segnato una vera e propria svolta relativamente al peso della comunicazione politica online rispetto a quella fondata sui media tradizionali, al punto da configurare il “sorpasso”, se non nei confronti della tv, che anche in America resta di gran lunga il medium più utilizzato dai cittadini-elettori per informarsi sull’andamento della campagna,  rispetto ai giornali (e, limitatamente alle fasce generazionali giovanili,  rispetto a tutti gli altri media, tv compresa). Ma la campagna online di Obama ha colpito, più che per questo incremento quantitativo (schiacciante superiorità di Obama in termini di fan, pagine viste, contatti unici ecc rispetto ai competitor), per il peso qualitativo esercitato da questa massiccia presenza in Rete: da un lato perché – contrariamente a quanto era avvenuto nel 2004 con la campagna del precursore Howard Dean – la mobilitazione in Rete si è tradotta in mobilitazione sul territorio (per esempio motivando centinaia di migliaia di sostenitori a condurre un capillare lavoro di proselitismo porta a porta); dall’altro perché le sinergie fra strategie comunicative del team incaricato di organizzare la campagna e la mobilitazione dal basso dei comitati di sostenitori e militanti ha consentito di selezionare e far emergere una larga e agguerrita élite di opinion leader, che ha saputo innescare nell’opinione pubblica americana un “effetto valanga” a favore del candidato democratico.

L’Osservatorio di Comunicazione Politica, già protagonista di precedenti ricerche sulle campagne elettorali in Puglia, ha ritenuto di poter riconoscere alcune tendenze analoghe – sia pure a livello embrionale – nella campagna regionale del 2005,  conclusasi con l’elezione di Niki Vendola a governatore, nella misura in cui tale campagna aveva a sua volta conosciuto significativi fenomeni di partecipazione/mobilitazione dal basso dei cittadini/elettori, decisivi per la vittoria di un candidato che tutti i media qualificavano come un assoluto “outsider”.  Muovendo da questa intuizione, si è progressivamente provveduto a definire e allargare gli obiettivi della ricerca, che possono essere sintetizzati nei seguenti punti:

1) Verificare qual è il grado di consapevolezza che la classe politica regionale, i cittadini/utenti della Rete, i gruppi di pressione e i media locali hanno maturato nei confronti dell’importanza strategica di Internet in generale e dei social network in particolare come strumenti di comunicazione politica, e quali sono i livelli di competenza raggiunti nell’utilizzo del medium.

2) Verificare se e in che misura Facebook sia effettivamente riuscito ad elevare il livello di partecipazione democratica dei cittadini/utenti e le pratiche di cittadinanza attiva. Si tratta, fra l’altro: a) di capire se si siano innescate sinergie significative fra strategie di comunicazione dei candidati e iniziative di mobilitazione dal basso, b) se il medium sia stato utilizzato per promuovere il confronto e il dibattito politico su idee e programmi o se, al contrario, sia servito esclusivamente a rafforzare le appartenenze e alla polarizzazione ideologica fra schieramenti contrapposti.

3) Verificare l’impatto del medium sull’evoluzione di stili e linguaggi della comunicazione politica: come si differenziano le strategie comunicative di centro destra e centrosinistra? Vale ancora l’idea secondo cui il primo usa la Rete soprattutto a fini di propaganda e rafforzamento identitario  mentre il secondo privilegia l’organizzazione di eventi e il confronto fra candidati e cittadini-elettori? E’ confermata la tesi secondo cui Internet contribuisce ad accelerare i processi di personalizzazione della politica, costringendo i candidati a usare un lessico vicino a quello del linguaggio quotidiano e ad interagire con i cittadini sul piano di sentimenti ed emozioni personali?

4) Quale è stato il “peso” di Facebook nella campagna elettorale: la partecipazione numerica è stata tale da ipotizzare un ruolo decisivo (o comunque significativo, perlomeno sul piano della selezione/emergenza di una élite di opinion leader)? C’è stata una correlazione significativa (anche se non causale) fra successo elettorale (numero di preferenze ottenute) e popolarità nell’ambito del social network (numero di fan, amici o sostenitori)?

Vediamo quali risultati sono stati ottenuti in ognuno di questi quattro campi.

1. Consapevolezza dei soggetti coinvolti nella campagna in merito all’importanza del mezzo

Sulla chiara percezione dei politici in merito all’importanza strategica della Rete in generale e dei social network in particolare ai fini della campagna elettorale non sussistono dubbi: tutti – non solo i candidati alla poltrona di sindaco o di governatore della provincia, ma anche i candidati al ruolo di consigliere, ivi compresi molti dei soggetti impegnati nelle campagne per le elezioni municipali di piccoli centri – si sono dotati di profili e/o pagine su Facebook o hanno incoraggiato la formazione di gruppi da parte dei propri sostenitori/utenti della piattaforma. Diverso, ovviamente, il discorso sulla competenza e sulla capacità di sfruttare pienamente le opportunità offerte dal mezzo: si oscilla dal caso del candidato di centrosinistra alla rielezione a sindaco di Bari, Michele Emiliano, che già si era dimostrato consapevole del ruolo della Rete in occasione della campagna che gli aveva consegnato il primo mandato e che in questa seconda occasione ha saputo mettere in moto una macchina ancora più efficiente e complessa, ai casi delle candidate leccesi Loredana Capone (centrosinistra) e Adriana Poli Bortone (Io Sud) alla carica di governatore della provincia, già presenti in Rete e sui social network prima dell’attuale campagna, alla miriade di politici che si sono attivati all’ultimo momento “perché se non hai un blog o un profilo su Facebook non sei nessuno”. Questa consapevolezza si è tradotta, nel caso dei candidati maggiori sulle piazze di Bari e Lecce, nella costruzione di staff professionali specificamente incaricati di impostare e organizzare la campagna online, o di sezioni ad hoc nell’ambito di uffici stampa dedicati anche (o soprattutto) agli altri media. Quest’ultima forma ibrida (in cui convivono elementi di innovazione e conservazione) è prevalsa (come sottolinea il prof Cristante nell’allegato C) nel caso di Lecce, laddove i candidati si sono dotati di consiglieri provenienti dalla propria area politica e li hanno investiti del ruolo di ufficio stampa (anche per la Rete). In questa formula non vi è spazio per la delega e il decentramento, nel senso che il candidato, pur ascoltando i consigli degli “esperti”, tende a tenere saldamente in mano le redini della campagna. Diverso (e unico nel suo genere) il caso di Bari e di Michele Emiliano. Il candidato sindaco di centrosinistra ha infatti scelto di delegare la gestione della sua campagna online non  a una società di professionisti ma a un collettivo giovanile denominato Emilab (vedi, in proposito, l’allegato C e la nota etnografica di Ludovico Fontana). Il gruppo Emilab è stato costruito da un gruppo iniziale di dieci ragazzi che ne hanno reclutati altri cento con un meccanismo mutuato da Facebook (a partire cioè da relazioni personali di stima e fiducia). Il collettivo, oltre a gestire la pagina ufficiale del candidato, ha attivato su Facebook un gruppo per ogni quartiere di Bari e una serie di gruppi tematici per l’organizzazione di contest artistici (video, foto, ecc) e di eventi (comizi, dibattiti, riunioni, ecc). Come sottolinea il documento del prof Cristante, Il candidato ha lasciato ampia autonomia al collettivo, partecipando solo sporadicamente alla elaborazione delle scelte dì comunicazione e lasciando che i giovani del collettivo parlassero il loro linguaggio (grande importanza ha avuto, da questo punto di vista, la comunicazione audiovisiva, con la produzione di numerosi video pubblicati su YouTube e linkati sulla pagina del candidato e sui gruppi di Facebook). L’idea, insomma, era quella di replicare il modello della campagna presidenziale di Obama, favorendo al massimo la sinergia e l’incontro fra strategia comunicativa del candidato e iniziative dal basso dei suoi sostenitori, fino a interagire quanto più possibile con le iniziative di mobilitazione spontanea sul territorio. Ancorché vitale e interessante, l’esperimento ha evidenziato, con l’andare del tempo, limiti e contraddizioni (se ne parla nei punti successivi), ma soprattutto è rimasto un’isola in un contesto che – come evidenziato nei punti 2, 3 e 4 – resta caratterizzato da una sostanziale passività della maggioranza dei cittadini/elettori/utenti, scarsamente interessati o motivati a partecipare al dibattito sul programma, al confronto delle idee e all’organizzazione autonoma di eventi sul territorio. Le interviste hanno riguardato, oltre a Emilab, Amors (l’azienda di comunicazione che ha gestito la campagna del competitor di Michele Emiliano, Di Cagno Abbrescia, cercando di “replicare” la logica di Emilab – tentativo parzialmente fallito anche a causa dello scarso impegno del candidato), Mascalzoni Salentini (la società che ha inizialmente gestito la campagna della senatrice Poli Bortone – rapporto che si è poi interrotto a causa della rottura fra la senatrice e il centrodestra, motivo per cui non disponiamo della seconda intervista a Mascalzoni Salentini, che si sono rifiutati di parlare di questo sviluppo a fine campagna), Salentowebtv (una tv online che ha prodotto comunicazione per diversi candidati leccesi) e Pierpaolo Lala (appartenente alla società Proforma, già impegnata nella campagna di Niki Vendola per le elezioni regionali del 2005, nonché consulente di Loredana Capone nel corso della campagna qui analizzata). Interessanti le differenze di organigramma e di visione emerse nelle interviste: da un lato soggetti come Emilab, Mascalzoni Salentini e Salentowebtv, che adottano modelli organizzativi “orizzontali”, svologono un lavoro di team senza rigide suddivisioni per gerarchie e competenze, arruolano soggetti giovani, motivati da finalità ideali (volontariato, militanza) e non solo professionali e di carriera e nutrono grande fiducia nel ruolo dei nuovi media; dall’altra parte un’impresa di taglio più “tradizionale, come Amors, depositaria di una visione più “generalista” e “broadcast” del mezzo e un consulente come Lala, che, pur giudicando relativamente marginale l’impatto della Rete sull’esito della campagna, scommette sulle opportunità di personalizzazione della figura del candidato. Venendo, infine,  all’atteggiamento dei media tradizionali: dall’esame delle rassegne stampa, emerge come i giornali locali abbiano affrontato il tema dell’uso politico di Facebook  da un punto di vista che ha decisamente privilegiato gli aspetti di “colore”.  La gran parte degli articoli riguardava descrizioni più o meno ironiche degli sforzi compiuti da tutti candidati – anche quelli meno conosciuti o quelli impegnati a concorrere nei piccoli centri -  per accrescere la propria popolarità grazie a Facebook. Profili, pagine e gruppi sono stati tuttavia utilizzati con una certa frequenza dai giornalisti anche come fonti di notizie e informazioni, assimilati a delle specie di uffici stampa virtuali di questo o quel candidato: si sono citati interventi, si sono rilanciati annunci di decisioni e/o eventi, si sono ripresi gli scontri fra avversari come le discussioni fra i candidati e i loro cittadini/elettori. Decisamente rari, invece, gli articoli di ampio respiro, con tentativi di analisi del fenomeno Facebook e della politica online in generale, e/o con osservazioni interessanti sulla specificità del fenomeno nel contesto locale.

2. Facebook come strumento di partecipazione dal basso

Le interviste realizzate con gli “spin doctors” (o aspiranti tali) all’inizio della campagna sollecitavano gli intervistati a stabilire un ordine di priorità fra sette obiettivi strategici (proselitismo, fund rising, rafforzare l’immagine del candidato, mettere in luce i punti deboli dell’avversario, promuovere pratiche di cittadinanza attiva, rafforzare l’unità della coalizione, organizzare eventi). Nessuno degli interpellati ha avuto esitazioni: mentre le altre voci sono state distribuite diversamente, in cima alla lista è stato sistematicamente collocato l’obiettivo promuovere pratiche di cittadinanza attiva. Nel secondo giro di interviste, effettuato a campagna conclusa, è stato riproposto lo stesso elenco, chiedendo questa volta agli intervistati di ordinare gli obiettivi in relazione ai risultati effettivamente ottenuti.  Ebbene, in tutte le interviste, ad eccezione di una, l’obiettivo promuovere la partecipazione dal basso era retrocesso al quarto o quinto posto, mentre le prime tre posizioni (sia pure con diverse combinazioni) spettavano alle voci promuovere l’immagine del candidato, mettere in luce i punti deboli dell’avversario, fare proselitismo. Naturalmente, a voler essere maligni, si potrebbe dire che, a cose fatte, gli intervistati hanno potuto permettersi di dire sinceramente quello che pensavano fin dall’inizio, e che il primato attribuito all’uso democratico e partecipativo del mezzo nella prima intervista era semplicemente un tributo retorico al mito della rete come strumento di empowerment del cittadino. Anche senza voler fare un processo alle intenzioni, tuttavia, resta il dato di fatto: in questa campagna Facebook non ha funzionato come strumento di partecipazione dal basso. A dimostrarlo, oltre le interviste appena citate (che come già detto saranno inserite in appendice alla versione definitiva del rapporto), sono i risultati dell’analisi dei contenuti (vedi punto 3) che testimoniano di una schiacciante prevalenza degli interventi dedicati alla esaltazione del proprio candidato e/o alla denigrazione del candidato della parte avversa, e delle informazioni su eventi e iniziative organizzative di vario genere (la rete come strumento di organizzazione e propaganda) rispetto al dibattito sui programmi, al confronto sulle idee e alla promozione di autonome iniziative dal basso. Stesso discorso per quanto riguarda l’analisi dei flussi quantitativi (vedi punto 4), soprattutto laddove si registra una trasmigrazione sempre più rapida – con l’approssimarsi della scadenza elettorale – di amici, fan e iscritti dai gruppi spontaneamente costituitisi all’inizio della campagna a gruppi, profili e pagine “ufficiali” creati dai candidati (con la relativa trasformazione dei cittadini/utenti da protagonisti dell’opinione pubblica online a fan/spettatori della comunicazione politica orchestrata dall’alto). Lo dimostra, infine, l’evoluzione dell’esperienza di Emilab che, come descritto nel punto 1, ha rappresentato il punto più alto di sinergia fra strategie comunicative studiate da professionisti della politica e della comunicazione e forme di espressione e partecipazione politica del basso (ancorché limitate all’esperienza di un collettivo giovanile).  Infatti, come segnalato nella nota etnografica sulla campagna di Bari, redatta a fine ricerca da Ludovico Fontana (la nota, come tutte le altre sarà allegata alla versione definitiva del rapporto), il tentativo di costruire un’esperienza di democrazia partecipativa costruito sui modelli “americani” di politica grassroot , destinato a crescere in parallelo e in modo integrato in rete e sul territorio, oltre a subire una certa usura fisiologica nel corso del tempo (il collettivo di Emilab, partito con oltre cento aderenti, si è progressivamente ridotto a una trentina di elementi), ha scontato una progressiva riduzione di autonomia: dalla delega di Michele Emiliano nei confronti del gruppo (vedi l’analisi del prof. Cristante nell’allegato C) si è passati all’imposizione di una partecipazione diretta dei membri del collettivo alla competizione elettorale, attraverso la costituzione di una lista civica – denominata Bari vai avanti – che ha ottenuto pessimi risultati ma, soprattutto, ha provocato spaccature e polemiche nel collettivo.

3. Linguaggi e stili di comunicazione

Per un’analisi più approfondita in merito a linguaggi e contenuti della campagna su Facebook si rinvia all’allegato B, firmato dalla Dott.sa Debora De Fazio. Qui verranno evidenziate solo alcune osservazioni contenute in tale documento. Per quanto riguarda il linguaggio, trovano conferma le tesi relative alla tensione verso l’oralità che caratterizza la comunicazione mediata dal computer. Facebook, da questo punto di vista, sembra riproporre, e per certi versi radicalizzare, fenomeni già osservati dai ricercatori che hanno studiato il linguaggio di e-mail, chat, instant messaging, ecc: la scrittura in Rete tenta di imitare la concretezza della conversazione faccia a faccia, inventando forme espressive ad hoc che le consentano di approssimare la dialogicità del parlato. Al tempo stesso, l’indagine di De Fazio evidenzia, nel caso specifico, un uso relativamente moderato di gergalismi e stilemi tipicamente internettiani, il che sembra suggerire (in contrasto con la convinzione di avere a che fare con un target prevalentemente giovanile espressa dagli “spin doctors” – vedi interviste e allegato C -, ma in sintonia con le ricerche che evidenziano un rapido  spostamento dell’utenza di Facebook verso fasce di età più elevate) che il pubblico pugliese che ha utilizzato la piattaforma come fonte di informazione e strumento di discussione nel corso della campagna elettorale non è esclusivamente, e forse nemmeno maggioritariamente, di tipo giovanile. Più complesso il discorso sui contenuti, nel senso che l’esame obiettivo della documentazione raccolta ha in parte falsificato una delle ipotesi di partenza, che prevedeva la possibilità di costruire uno schema analitico fondato sulla contrapposizione polare fra stili di comunicazione del centrodestra e del centrosinistra (vedi più avanti il paragrafo dedicato alle considerazioni conclusive). La realtà si è rivelata più complessa e articolata, nel senso che le differenze più significative si riferiscono, piuttosto che agli schieramenti ideologici, ai contesti locali (Bari rispetto a Lecce, e Bari – Lecce rispetto alle altre realtà osservate), alle strategie adottate dai (e alla personalità dei) singoli candidati, nonché ai comportamenti dei singoli gruppi di cittadini/elettori. In particolare, dal confronto fra le campagne condotte a Bari e a Lecce emerge un complesso e intrecciato gioco di contrapposizioni: in primo luogo, lo scenario barese appare caratterizzato da toni decisamente più aspri – spesso sottolineati dal ricorso ad espressioni dialettali – rispetto a quello leccese che presenta viceversa livelli di aggressività più contenuti e linguaggi più “corretti” anche dal punto di vista delle scelte lessicali; altro elemento di contrasto è il diverso tasso di “personalizzazione” raggiunto nei due contesti: più elevato a Lecce, dove la candidata del centrosinistra Loredana Capone appare la più decisa nell’imboccare tale strada, al contrario della candidata di Io Sud, la senatrice Poli Bortone (con un rovesciamento, dunque, del modello che vede generalmente il centrodestra più propenso ad adottare questo stile di comunicazione politica); questa differenza fra Bari e Lecce trova riscontro anche nelle differenti scelte rispetto agli applicativi offerti dalla piattaforma: mentre a Bari prevalgono i gruppi, più utili alla discussione e al confronto politici fra iscritti (quindi più “impersonali”), a Lecce si privilegiano i profili, più adeguati all’instaurazione di un rapporto “intimo” fra il candidato e amici-elettori. Quest’ultima differenza, tuttavia, può anche essere interpretata (vedi punto 4) come elemento di contrapposizione fra centrosinistra (gruppi) e centrodestra (pagine e profili). Scendendo nei dettagli: il duello barese fra i candidati sindaci Michele Emiliano (centrosinistra) e Di Cagno Abbrescia (centrodestra) appare caratterizzato dalla diversa “potenza di fuoco” che il lavoro del collettivo Emilab (di cui si è riferito in precedenza) regala al primo sul piano dell’innovazione linguistica, per il resto le due campagne appaiono speculari, perlomeno sotto l’aspetto che più le accomuna, vale a dire la prevalenza degli interventi a favore del proprio candidato e contro quello della parte avversa da parte dei rispettivi fan/utenti, mentre l’azione di Emiliano appare più caratterizzata dallo sforzo di mobilitazione  e organizzazione, laddove il suo avversario risulta meno presente e attivo in prima persona e privilegia la propaganda rispetto al dialogo diretto con i sostenitori. Per quanto riguarda la sfida leccese a tre fra Loredana Capone (centrosinistra, Adriana Poli Bortone (Io Sud) e Antonio Gabellone (centrodestra), si è già detto della strategia di personalizzazione scelta dalla candidata di centrosinistra che infarcisce i propri interventi di continui riferimenti a stati d’animo, emozioni e sentimenti, anche al di fuori di ogni contesto politico, e incoraggia i fan ad adottare a loro volta uno stile di comunicazione informale (non a caso costoro le si rivolgono spesso usando il tu e/o chiamandola per nome). Decisamente più sobrio e formale lo stile adottato da Adriana Poli Bortone e dai suoi fan: la prima usa uno stile impersonale, i secondi le si rivolgono con il lei e con il titolo di senatrice; quanto a Gabellone, entrato in scena tardivamente a causa della lentezza con cui il centrodestra ha provveduto a designare il proprio candidato, e meno impegnato dei due concorrenti sul fronte della comunicazione online, sembra avere optato per uno stile personalizzato più vicino a quello della Capone che a quello della Poli Bortone. Per quanto riguarda l’analisi delle altre situazioni locali (Brindisi, Taranto, Foggia e Bat) si rinvia all’allegato B. Vale infine la pena di sottolineare come l’analisi dei contenuti offra ampia conferma delle considerazioni sviluppate al punto 2: la “partecipazione dal basso” sembra ridursi all’uso delle bacheche come spazio per lanciare attacchi al candidato avversario e difendere il proprio, mentre rari se non rarissimi appaiono i tentativi di sfruttare l’interattività del mezzo per discutere di idee e programmi. Di più: quel poco di confronto e di dibattito che emerge si svolge all’interno dei singoli campi, mentre l’intrusione dei sostenitori del campo avverso viene respinta con violenza (a conferma del fatto che in politica la Rete funziona sopratutto come fattore di polarizzazione ideologica e di conferma identitaria). Per concludere, i soggetti incaricati del monitoraggio dei flussi nelle varie realtà locali sono stati sollecitati a confrontare il numero di preferenze totalizzate dai candidati più votati con quello dei loro fan, amici o iscritti su Facebook, allo scopo di verificare un eventuale rapporto di correlazione fra popolarità sul social network e successo (o insuccesso) elettorale. Questo dato non è risultato particolarmente significativo a causa della forte differenza di scala fra i due ordini di dati. Tuttavia, la corrispondenza (con qualche eccezione) fra i due indici (i più popolari in Rete sono stati quasi sempre quelli che hanno  vinto) sembra giustificare, se non l’instaurazione di un rapporto causale, perlomeno l’assunzione della popolarità su Facebook come indizio di un vantaggio competitivo nella battaglia elettorale.

4. Il “peso” di Facebook nella campagna

Una dettagliata esposizione dei dati numerici relativi alla campagna su Facebook e una loro più approfondita valutazione analitica, unitamente ai criteri metodologici che sono stati seguiti per la ricerca quantitativa, si trovano nel documento (allegato A) redatto dal dottor Paolo Mele e dalla dott.sa Pasqua Flore, di cui si anticipano qui alcuni elementi. Una prima, ovvia considerazione riguarda il fatto che i numeri di Facebook appaiono lontani dal rappresentare una quota significativa dell’elettorato pugliese (da una parte le decine di magliaia dall’altra i milioni), il che inibisce apriori qualsiasi velleità di attribuire alla Rete (gli ordini di grandezza non varierebbero di molto inserendo nel conteggio altre piattaforme come blog, YouTube, Twitter, ecc) un ruolo determinate ai fini del risultato elettorale. Tuttavia ciò non implica – come risulta del resto evidente dalle considerazioni sviluppate nei punti precedenti – che tale ruolo possa essere valutato come marginale, o addirittura irrilevante. Al contrario: l’uso pressoché generalizzato del mezzo da parte dei candidati, così come la rapida crescita del numero degli utenti interessati alla campagna testimoniano di una diffusa consapevolezza (vedi punto 1) di tutte le parti in causa in merito al fatto che Internet e i social network sono destinati a svolgere una funzione strategica nel futuro della comunicazione politica. Ma veniamo ai dati. Con l’avvicinarsi della scadenza elettorale, si è evidenziata una rapida crescita degli utenti di gruppi, profili e pagine (nel caso di Bari i fan delle pagine sono passati da 6472 a 16507, gli iscritti ai gruppi da 7680 a 8951, gli amici dei profili da 4742 a 7446). Per quanto riguarda il rapporto fra i diversi tipi di applicativi utilizzati notiamo il ripetersi delle differenze fra Bari e Lecce già evidenziate al punto 2: prevalenza dei gruppi (33) su pagine (8) e profili (3) a Bari, logica opposta a Lecce, dove tutti i candidati si sono dotati di un profilo (per un totale di 12531 amici) mentre i gruppi di sostenitori (11 in tutto) sembrano ottenere meno seguito (9734 iscritti). Anche le differenze fra centrosinistra e centrodestra (con eccezioni) misurate su tutte le aree geografiche monitorate sembrano ruotare attorno all’opposizione fra gruppi (centrosinistra) e profili/pagine (centrodestra) per cui, con tutte le eccezioni, le controtendenze (Capone) e le cautele del caso (vedi considerazioni ai punti precedenti), sembra avere tuttora un certo senso la contrapposizione fra uso “militante” (sinistra) e uso “personalizzato” (destra) del mezzo.  Per quanto riguarda il confronto degli “eserciti” online messi in campo dai due schieramenti, la destra appare in generale più agguerrita, vincendo quasi dappertutto (a Lecce, in particolare, Poli Bortone batte Capone 5000 a 2764), anche se non è detto che questo rappresenti necessariamente un vantaggio (nella campagna presidenziale del 2008 i repubblicani erano in vantaggio – per quanto riguarda il numero totale di utenti – sui democratici, ma questi ultimi si sono rivelati assai più abili nello sfruttamento delle opportunità offerte dal mezzo). Va inoltre sottolineato che a Bari le cose sono andate in direzione opposta, con il centrosinistra in straripante vantaggio sul centrodestra (6000 iscritti a gruppi contro 1000 e 3750 fan di pagine contro 2761, dato parzialmente riequilibrato dalla prevalenza del centrodestra sul piano degli amici dei profili: 4216 contro 1714). Sempre per quanto riguarda Bari va segnalato che la pagina di Michele Emiliano, avendo raccolto quasi 9000 fan, ha fatto del candidato del centrosinistra il sindaco più popolare d’Italia su Facebook (presumibilmente decisivo, in tal senso, il ruolo svolto dalla “anomalia” Emilab, di cui si è parlato in precedenza). Un altro flusso numerico interessante è quello relativo alla progressiva trasmigrazione (sempre più rapida con l’approssimarsi della scadenza elettorale) degli utenti dai gruppi di discussione nati spontaneamente all’inizio della campagna a gruppi, pagine e profili “ufficiali” dei vari candidati (solo l’area di Taranto si è mossa in controtendenza). Si tratta di un dato che conferma quanto osservato ai punti precedenti, vale a dire lo scarso livello di autonomia manifestato dalle esperienze di auto organizzazione dal basso dei cittadini/elettori/utenti: più che incontrarsi e produrre effetti di sinergia con queste ultime, le iniziative di vertice tendono a sovradeterminarle se non ad assorbirle.

Considerazioni conclusive

Volendo riassumere i risultati della ricerca in poche battute (scontando inevitabilmente il prezzo di una drastica riduzione di complessità), si potrebbero compendiare nelle seguenti affermazioni:

1. I politici pugliesi, pur manifestando differenti livelli di competenza in merito, si sono rivelati ampiamente consapevoli dell’importanza del mezzo ai fini della comunicazione politica

2. La professionalità dei soggetti – singoli esperti e società di consulenza – chiamati a gestire le campagne online appare generalmente in crescita – con punte di eccellenza nel caso della campagna barese

3. Il processo di costituzione di una opinione pubblica pugliese online, dotata di sostanziale autonomia e di effettive capacità di auto organizzazione e di mobilitazione dal basso, appare al contrario fortemente in ritardo – ritardo da cui derivano le affermazioni di cui al punto 4 e 5.

4. L’uso dei social network a fini di comunicazione politica si è concentrato quasi esclusivamente sulla propaganda (attacco all’avversario, difesa del proprio candidato) e sull’informazione/organizzazione di eventi, mentre il dibattito su idee e programmi ha svolto un ruolo del tutto marginale

5. Più che interagire con il cittadino/elettore per farlo partecipare ai propri progetti, i politici hanno cercato di “stressare” le caratteristiche del mezzo a fini di mobilitazione/proselitismo/rafforzamento dell’appartenenza identitaria.

6. Facebook non ha favorito il confronto fra schieramenti opposti, bensì – in sintonia con i risultati di tutte le ricerche finora condotte sul ruolo politico della Rete – la polarizzazione ideologica e il rafforzamento identitario

7. Le differenze fra destra e sinistra sono apparse meno significative di quelle fra contesti locali e fra gli “stili” dei singoli candidati. Perciò, anche se si può genericamente affermare che a sinistra è prevalso l’uso a fini organizzativi e “militanti”, mentre a destra si sono privilegiati gli sforzi di rafforzamento identitario e la promozione di relazioni più personali e “intime” fra candidati e ed elettori, questa regola è smentita nel caso di Lecce, dove la carta della personalizzazione è stata giocata soprattutto dalla candidata di centrosinistra.

8. la componente più “arretrata” nel prendere atto della novità rappresentata dalla comunicazione politica online e dall’uso politico dei social network è stata la stampa locale, che ha analizzato solo episodicamente il fenomeno, trattandolo quasi sempre come fenomeno di costume.

Questi otto punti mi inducono, in quanto responsabile del progetto di ricerca a rivedere le ipotesi di partenza che avevo tentato di organizzare nello schema riprodotto qui di seguito

Lo schema, che riproduce le polarità osservate in molte precedenti ricerche sull’uso politico della Rete, prevedeva di poter collocare a sinistra della diagonale (cioè nell’area definita sfera del conflitto) le esperienze di organizzazione spontanea da parte dei cittadini/utenti, a destra (cioè nell’area definita sfera dell’ideologia) la comunicazione organizzata dai politici, con la destra proiettata verso l’alto (polo identitario) e la sinistra verso destra (polo dell’informazione). La realtà della ricerca ha rimescolato le carte, nel senso che la sfera del conflitto è apparsa sostanzialmente vuota, mentre la sfera dell’ideologia – come si è visto – non è univocamente ordinabile secondo connotati partitici, ma segue derive locali o di stile personale dei singoli candidati. Occorre infine ribadire quanto già anticipato nella Introduzione; e cioè che non avrebbe senso leggere questo scenario in termini di maggiore o minore “arretratezza” rispetto al modello americano, non solo perché ogni situazione locale tende ad adattare il mezzo alle proprie specifiche tradizioni culturali e alla propria peculiare composizione sociale, ma anche perché non è il caso di spingere la riflessione sui risultati di questa ricerca al di là del loro limitato significato empirico. Non è a simili lavori che si può chiedere di rispondere a interrogativi teorici di fondo quali: che ne è del rapporto fra sfera pubblica e sfera privata nell’era di Internet, in quale misura le esperienze più avanzate di democrazia partecipativa mediate dalle reti di computer possono essere integrate nelle istituzioni e nelle regole della democrazia rappresentativa, o analoghi nodi teorici.

Carlo Formenti

Lecce, 3 agosto 2009

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