Effetto Albemuth
Notizie, commenti, conflitti e immaginari sulla e dalla Rete
Categoria: Uncategorized. Inviato: domenica, 20 settembre, 2009.
1. Crisi dell’uomo pubblico
II dibattito su1 ruolo dei media elettronici nel processo di neutralizzazione/riconfigurazione del confine fra sfera pubblica e sfera privata ha assunto la dignità di tema “classico” della sociologia della comunicazione e dei processi politici, accumulando un ampio patrimonio di contributi teorici. Mi limito qui a richiamarne tre. Ispirandosi alle categorie di ribalta e retroscena. elaborate da Erwin Goffman, Joshua Meyrowitz analizza l’influenza del medium televisivo sui processi di personalizzazione e spettacolarizzazione della politica (Meyrowitz, 1993): la vita privata del leader esce dal retroscena per finire “risucchiata” dalla ribalta, trasformandosi progressivamente in fattore strategico tanto ai fini del successo di una campagna elettorale quanto nella determinazione degli esiti di una carriera politica. Anche per Colin Crouch i media elettronici – benché questo autore ascriva il processo di “privatizzazione” della sfera pubblica a una pluralità di fattori, dalla crisi delle tradizionali identità di classe all’estensione delle dinamiche di mercato alla sfera delle relazioni pubbliche (Crouch. 2003) – svolgono un ruolo importante nel depotenziamento del valore della sfera pubblica. In particolare, Crouch insiste sulla drammatica perdita di “aura” che la professione politica subisce a mano a mano che i suoi “segreti” finiscono sotto i riflettori dei media. AI tempo stesso, rifiuta di concepire la sfiducia e il disprezzo che i cittadini sviluppano nei confronti del potere come un indice di rafforzamento delle loro capacità critiche; al contrario, sostiene, questi sentimenti riflettono la consapevolezza di avere perso ogni effettiva chance di partecipazione al processo decisionale, chance che si riducono ormai al solo rito elettorale. Richard Sennett, infine, attribuisce ai media esclusivamente il compito di condurre a termine un percorso storico iniziato assai prima, almeno a partire dall’affermarsi della habermasiana “sfera pubblica borghese” (Sennett. 2006). Si potrebbe addirittura dire che, secondo Sennett, quest’ultima inizia a deperire nel momento stesso in cui emerge dal tradizionale teatro politico dell’ancien regime: la crisi dell’uomo pubblico moderno è il prodotto della pretesa “intimista” della cultura borghese, la quale valuta la legittimità dei soggetti a impersonare determinati ruoli in relazione alla ”autenticità” dei loro sentimenti ed emozioni: nella pretesa ad essere giudicati per ciò “che realmente si è”, e non in relazione al proprio agire pubblico, “impersonale”, è già inscritta la condanna del primato della sfera pubblica, del “bene comune”, destinato a lasciare il passo alle soggettività individuali.
2.1 nuovi media fra tecno politica e democrazia continua
II quadro che emerge dalle analisi appena evocate è chiaro: a fronte del declino di ideologic e appartenenze politiche “forti” (identità di classe, affiliazioni partitiche, ecc), nonché della riconfigurazione dei pubblici in quanto “audience” (dal cittadino all’utente – consumatore di spettacolo politico), si affermano tendenze quali la professionalizzazione esasperata (spin doctors) della comunicazione politica, la “targettizzazione” delle audience (marketing politico), la centralizzazione/personalizzazione/audio visualizzazione delle leadership. Com’e noto. la fulminea diffusione dei nuovi media nell’ultimo decennio del secolo scorso e nel primo decennio dell’attuale ha alimentato aspettative di un’inversione di tendenza: la Rete come terreno/strumento di rivitalizzazione della democrazia rappresentativa e/o di sviluppo di nuove forme di democrazia partecipativa e deliberativa, o, se si preferisce, come terreno/strumento di reintegrazione della sfera pubblica. Se tuttavia si esaminano Ie caratteristiche delle nuove forme di socialità mediate dal computer, non si capisce come si siano potute alimentare simili speranze. In primo luogo, il processo di frammentazione delle tradizionali forme di aggregazione sociale non viene rallentato ma, se mai, geometricamente accelerato dai new media, i quali appaiono terreno privilegiato di un inedito quanto radicale networked individualism (Castells, 2002). Inoltre, 1′affinità elettiva fra culture della Rete e culture dei “nuovi movimenti” (Melucci, 1994) ha generato una ulteriore, potente spinta verso la personalizzazione della politica. Un processo apparentemente diverso da quello innescato dai tradizionali media broadcast: mentre nel caso di questi ultimi vengono premiate le performance attoriali dei professionisti della politica, le comunità di rete sono viceversa caratterizzate da una forte ostilità nei confronti di ogni forma di autorità precostituita, accettando solo 1′autorità fondata sul riconoscimcnto di meriti (reputation capital) da parte della comunità (virtuale) dei pari. Questa evoluzione, tuttavia, alimenta una tendenza ancora più radicale a giudicare Ie aspirazioni ad occupare determinati ruoli in relazione alle virtù personali (”il personale è politico” recitava un celebre slogan movimentista) dei soggetti interessati. La cultura della Rete, insomma – per usare Ie categorie di Sennett -, è ancora piu “intimista” della tradizionale cultura borghese (ci si fida del blogger più che del giornalista, non perché il primo sia piu attendibile del secondo, ma perché è “uno di noi” e ne conosciamo le emozioni – o almeno quelle che egli ci racconta). Infine, contro tutti i luoghi comuni in merito al carattere intrinsecamente democratico che sarebbe iscritto nell’architettura stessa del mezzo, tanto 1′analisi teorica che la ricerca empirica hanno ampiamente dimostrato (Barabasi, 2004; Formenti, 2008; O’Neil, 2009) che Internet non è affatto una nuova Agorà, in cui tutte le voci hanno Ie stesse opportunità di far pesare Ie proprie opinioni: da un lato, le reti sociali mediate dal computer non vengono tenute insieme dalla massa delle persone che hanno decine o centinaia di connessioni, ma dai pochissimi che ne controllano migliaia: dall’altro lato, queste elite acquisiscono legittimità grazie all’acquisizione di potere carismatico (I’accumulazione di reputation capital evocata poco sopra). Più che di democrazia elettronica, dunque, sarebbe il caso di parlare di un “populismo digitale” (Formenti, 2008) che affianca – più che sostituire – il tradizionale populismo mediatico. A partire dall’analisi di tali sfide, c’e chi (Rodotà, 2004) ha prospettato una secca alternativa fra una prospettiva “tecno politica”, che assegna alle nuove tecnologie della comunicazione il ruolo di gestire una relazione diretta fra leader e cittadini – ridotti a utenti/consumatori -, e lo sviluppo di forme di “democrazia continua”, che dovrebbero favorire la partecipazionc non episodica (non limitata. cioè, alle scadenze rituali di elezioni e referendum) dei cittadini al processo deliberativo. Si tratta di capire se esistano indizi a conferma della possibilità di sperimentare (ed eventualmente istituzionalizzare) simili forme di democrazia continua.
3. II locale quale terreno privilegiato della democrazia elettronica
Pur condividendo Ie considerazioni critiche nei confronti del presunto ruolo “democratizzante” delle nuove tecnologie, alcuni autori ritengono che, mentre tale scetticismo appare giustificato ove riferito alle dimensioni globale e nazionale del fenomeno, la politica locale, al contrario, sembrerebbe prestarsi meglio – grazie ai rapporti di prossimità fra governanti e governati e alle maggiori opportunità di controllo dal basso dei processi decisionali – alla concreta sperimentazione di forme di e-democracy (Freschi, 2002 e 2008). Anche in questo caso, tuttavia, come riconosce Anna Carola Freschi nell’analizzare 1′evoluzione delle reti civiche di Firenze e della Regione Toscana (Ib.), il compito di armonizzare gli obiettivi dell’e-govemment (modernizzare e rendere piu efficiente 1′operato della PA., migliorarne la comunicazione e “personalizzare” i servizi alimentando la soddisfazione del cittadino in quanto “cliente”) con quelli della e-democracy (promuovere la partecipazione dei cittadini accrescendone la capacità di incidere significativamente sulle decisioni politiche) appare tutt’altro che agevole. Nel corso del tempo, gli equilibri sembrano infatti inesorabilmente spostarsi a favore dell’e-govemment, nel senso che, mentre cresce l’offerta e la qualità dei servizi, gli sforzi per promuovere la partecipazione segnano il passo. A fare problema non è solo la reticenza della classe politica a lasciare spazio ai processi spontanei di autorganizzazione dal basso, ma anche la difficoltà di costruire adeguati livelli (tanto sul piano qualitativo quanto sul piano quantitativo) di competenza dei cittadini: non basta, per esempio, mettere online le delibere o i video delle sedute del consiglio municipale (o regionale), occorrerebbe anche dotare il pubblico degli strumenti culturali per “decodificare” questo tipo di informazioni. E ancora: attivare forum online per favorire un’ampia partecipazione al dibattito pubblico sui temi della vita cittadina è cosa buona, ma non è un caso se questi spazi vengono, nella stragrande maggioranza dei casi, frequentati da pochissime persone: il fatto è che vengono in generale fissati limiti troppo rigidi in materia di agenda tematica, della lunghezza degli interventi, ecc. trasmettendo alla gente 1′impressione che si miri a “pilotare dall’alto” il processo di partecipazione. Sul fronte opposto, la ricerca (Ib.) ha messo in luce come i gruppi di interesse auto organizzati (sia quelli legati ai movimenti, sia quelli che si aggregano attorno a obiettivi concreti e contingenti), tendano a loro volta a promuovere logiche “separatiste”, evitando di lasciarsi “integrare” nelle reti civiche. In breve: anche a livello locale, lo sforzo di costruzione di una nuova sfera pubblica sembra incontrare serie difficoltà, nella misura in cui tanto i tentativi di “istituzionalizzazione” della e-democracy, quanto quelli di dare vita a esperienze di auto organizzazione del basso, tendono a generare sfere di opinione separate e minoritarie, escludendo la maggioranza dei cittadini.
4. La politica online fra democrazia partecipava e campagne permanenti
a) Le elezioni presidenziali americane del 2008
Analizzando i dati di una ricerca condotta da Pew Internet & American Life sulle elezioni presidenziali Usa del 20081, emerge un ulteriore dilemma in merito al ruolo dei new media ai fini della ridefinizione di una sfera pubblica: quale equilibrio si instaura fra momenti “caldi” di disponibilità politica nei confronti delle istanze di partecipazione dal basso, tipici delle fasi di mobilitazione elettorale, e momenti in cui tale disponibilita si contrae – o si riduce a pura ricerca del consenso -, tipici delle fasi di governo istituzionale? Detto altrimenti: Andiamo verso forme di “campagna permanente”, in cui prevale la ricerca di consenso (logica top-down), oppure andiamo verso forme di democrazia deliberativa, in cui il dialogo governanti – governati si fa continuo e stringente (logica down – top). Partiamo dai dati: 1) per la prima volta, Internet ha raggiunto la carta stampata come fonte di informazione sui temi di una campagna presidenziale: il 74% degli utenti – pari al 55% della popolazione adulta – ha usato il mezzo per acquisire notizie sulla o per partecipare attivamente alla campagna (il primo uso prevale nettamente sul secondo: 60% contro 38%); inoltre, mentre la Tv resta il medium piu utilizzato, nelle fasce giovanili il rapporto e più favorevole alla Rete; 2) rispetto a campagne precedenti, si è notata una tendenza ancora più forte alla polarizzazione: gli utenti cercano informazioni da o si mettono in contatto con coloro che condividono la loro scelta di campo, mentre sono meno interessati a confrontarsi con le opinioni della parte avversa – al tempo stesso, tuttavia, si è osservata una “balcanizzazione” interna ai due campi, che appaiono frammentati in una miriade di microsfere di opinione concentrate su singole issue; 3) mentre i repubblicani vincono sui terreno dei numeri, gli utenti democratici, ancorché minoritari, stravincono sul piano dell’uso “avanzato” del mezzo: creazione/distribuzione di contenuti autoprodotti (video, commenti, podcast, ecc), capacità di tradurre 1′attivismo online in attivismo sui territorio (propaganda porta a porta, organizzazione di meeting ed altri eventi). I dati appena evocati sembrano convalidare alcune ipotesi: in primo luogo, non ha più senso – perlomeno in contesti “avanzati” qual è quello statunitense – considerare Internet come un “nuovo” media, nel senso che la Rete appare ormai terreno privilegiato – sia pure in una relazione di sinergia con i media tradizionali – della formazione – confronto di opinioni politiche; in secondo luogo, il mezzo conferma la propria vocazione ad agire come canale di mobilitazione e conferma identitaria, più che come luogo di dibattito fra idee e opinioni diverse; in terzo luogo, la rete sembra favorire la frammentazione in nicchie – quello che gli esperti di marketing definiscono effetto “coda lunga” (Anderson, 2007) – delle correnti di opinione; infine trova conferma la contrapposizione fra uso politico della rete come strumento di informazione “classico” (non molto dissimile dai media broadcast) da parte dei gruppi conservatori, e uso “militante” (integrazione fra mobilitazione online e attivismo sul territorio) da parte delle componenti progressiste. Come evidenziato da molte fonti2, quest’ultimo è stato uno dei fattori essenziali che hanno contribuito alla vittoria di Obama. Contrariamente al precursore Howard Dean, protagonista di una vivace campagna online nel 2004, Obama è riuscito a mantenere 1′equilibrio fra apertura nei confronti delle aspirazioni di partecipazione dal basso dei militanti democratici e leadership sul programma, è riuscito a unificare e a galvanizzare il proprio elettorato (il successo è stato frutto del maggior numero di elettori democratici – soprattutto giovani e minoranze etniche – che ha deciso di iscriversi alle liste elettorali, più che dell’erosione dell’elettorato repubblicano), ma soprattutto è riuscito a favorire 1′aggregazione di uno strato di “opinion leader” online che ha coordinato e governato la campagna dal basso. Resta da capire – allo stato dei fatti ogni giudizio in merito sarebbe prematuro – se e in che misura, passando dal ruolo di candidato al ruolo di decisore istituzionale, egli riuscirà a mantenere attivi i canali attivati nel corso della campagna, ma soprattutto se riuscirà a preservarne il ruolo di strumenti di democrazia partecipativa, oppure se li lascerà decadere a strumenti di cattura del consenso, seguendo una logica di campagna permanente.
b) Le elezioni amministrative del 2009 in Puglia
Quest’ultimo paragrafo si riferisce ai risultati di una ricerca3 condotta dall’Osservatorio di Comunicazione Politica dell’Università del Salento sull’uso di Facebook come strumento di comunicazione politica nel corso della campagna per le elezioni amministrative del giugno 2009 in Puglia. La ricerca si proponeva: 1) di valutare il grado di consapevolezza della classe politica locale nei confronti delle potenzialità di Internet in generale e dei social network in particolare come strumento di comunicazione politica; 2) di verificare se e in che misura Facebook contribuisca a elevare il livello di partecipazione democratica e le pratiche di cittadinanza attiva; 3) di verificare 1′impatto del medium sull’evoluzione del linguaggio politico, anche mettendo a confronto gli opposti schieramenti e le diverse realtà locali; 4) di misurare il “peso” di Facebook nel determinare il successo dei maggiori candidati. A tale scopo, 1′equipe di ricerca ha svolto le seguenti attività: 1) monitoraggio dei flussi di adesione a gruppi, pagine e profili a vario titolo coinvolti nella campagna, nonché del tasso di attività (pubblicazione di video, foto, link, note, ecc) degli stessi; 2) analisi dei contenuti; 3) interviste agli “spin doctors” (società e consulenti) incaricati di coordinare le campagne online dei maggiori candidati; 4) note etnografiche dei ricercatori incaricati di monitorare le singole realtà locali interessate dalla campagna. Riassumendo i risultati dell’indagine, ecco quanto è emerso. La classe politica locale si è rivelata attenta nei confronti dei potenziali vantaggi della comunicazione online in generale e dei social network in particolare, che non sono stati utilizzati solo dai candidati maggiori (sindaci, governatori di provincia) ma anche da molti di coloro che correvano per un seggio nei consigli municipali e provinciali. Il livello di professionalità degli esperti di comunicazione online ingaggiati come consulenti dai politici è apparso in crescita rispetto a quello evidenziato da precedenti ricerche. E’ risultato viceversa limitato e deludente 1′uso del mezzo come strumento di autonoma partecipazione dal basso di singoli cittadini e gruppi. I politici hanno “stressato” le caratteristiche della piattaforma a fini di propaganda/proselitismo/attacco all’avversario, e le già scarse esperienze di auto organizzazione, pur presenti all’inizio della campagna, si sono via via dissolte per confluire nelle pagine “ufficiali” di partiti e candidati. Si è confermata la tendenza alla polarizzazione (i tentativi di “invasione” degli spazi di discussione da parte di sostenitori della parte avversa sono stati sistematicamente frustrati). La differenza di stili comunicativi fra centro destra e centro sinistra ha invece trovato conferma solo parziale: se è vero che si è tendenzialmente confermata la tradizionale preferenza del primo per la propaganda e del secondo per 1′uso militante e organizzativo del mezzo, è altrettanto vero che alcune differenze sono parse rispecchiare, più che opzioni ideologiche, lo spirito delle singole comunità locali e la personalità dei singoli candidati. Infine, vale la pena di evidenziare due aspetti particolarmente significativi rispetto al tema in discussione (la relazione new media/crisi della sfera pubblica). II primo riguarda il notevole sforzo di personalizzazione che alcuni candidati (sia di centrodestra che di centrosinistra) hanno compiuto, adattando il più possibile la propria strategia comunicativa alle caratteristiche di un social network come Facebook, fortemente orientato alla “chiacchiera” e alla condivisione di emozioni e sentimenti all’interno di gruppi di amici. L’analisi dei contenuti ha evidenziato alcuni esiti paradossali – al limite del comico – di tali tentativi, frutto, da un lato, della difficoltà dei candidati a gestire un numero elevato di contatti, dall’altro lato, dell’esasperato intreccio fra politica e pettegolezzo, tipico della politica locale in piccoli centri. Più che di ricostruzione della sfera pubblica, sarebbe qui il caso di parlare della sua degradazione a pettegolezzo da condominio:
oltre certi limili, 1′avvicinamento fra linguaggi della vita quotidiana e linguaggi della politica sembra essere fattore di imbarbarimento piu che di democratizzazione. Vi sono poi le riflessioni suggerite dall’interessante esperimento compiuto a Bari da un gruppo di giovani sostenitori di Michele Emiliano. Il candidato sindaco per il centrosinistra ha scelto di delegare la gestione della propria campagna online a un collettivo giovanile denominato Emilab. II collettivo si è aggregato a partire da un gruppo iniziale di dieci ragazzi, i quali ne hanno successivamente reclutati altri cento con un meccanismo mutuato dalla stessa Facebook (a partire cioè da relazioni personali di stima e fiducia). Il collettivo, oltre a gestire il sito ufficiale del candidato, ha creato un gruppo Facebook per ogni quartiere di Bari e una serie di gruppi tematici per 1′organizzazione di contest artistici (video, foto, ecc) ed eventi (comizi, dibattiti, riunioni, ecc). Emiliano ha lasciato ampia autonomia al collettivo, partecipando solo sporadicamente alla elaborazione delle scelte di comunicazione e lasciando che i suoi giovani sostenitori parlassero il proprio linguaggio (grande importanza ha avuto, in tal senso, la comunicazione audiovisiva, con la produzione di numerosi video pubblicati su YouTube e linkati sulla pagina del candidato e/o sui gruppi di Facebook). L’idea, insomma, era quella di replicare il modello Obama, favorendo la sinergia fra strategia comunicativa del candidato e iniziative dal basso dei suoi sostenitori, interagendo, se possibile, con le iniziative di mobilitazione spontanca sul territorio. Si tratta di un’esperienza che configura un interessante modello di sfera pubblica “alternativa”, oltre che alle tradizionali forme di comunicazione, anche alla logica organizzativa dei partiti (non a caso i leader del collettivo, intervistati, hanno esplicitamente dichiarato di voler prolungare 1′esperimento al di là della scadenza elettorale, con l’obiettivo di dare vita a inedite forme di democrazia partecipativa).
Riferimenti bibliografici
ANDERSON, C., La coda 1unga, Tr. it. Codice, Torino 2007.
BARABASI, A.-L., Link. La scienza delle reti, Tr. it. Einaudi, Torino 2004.
CASTELLS, M., Galassia Internet, Tr. it. Feltrinelli, Milano 2002. CROUCH, C., Postdemocrazia, Tr. it. Laterza, Roma-Bari 2003.
FORMENTI, C., Cybersoviet. Utopie postdemocratiche e nuovi media. Raffaello Cortina, Milano 2008.
FORMENTI, C. Se questa è democrazia. Paradossi politico-culturali dell’era digitale, Manni, Lecce 2009.
FRESCHI, A. C., La società del saperi, Carocci, Roma 2002.
FRESCHI. A. C.. ”Lontano dalle rete civica. Reti virtuali e partecipazione dieci anni dopo”, in SANTORO, M. (a cura di), Nuovi media, vecchi media. Cultura in Italia, Vol. I, il Mulino, Bologna 2008.
MELUCCI. A., Passaggio d’epoca, Feltrinelli, Milano 1994.
MEYROWITZ, J., Oltre il senso del luogo, Tr. it. Baskerville, Bologna 1993.
O’NEIL, M., Cyberchiefs. Automony and Authority in Online Tribes, London – New York, Pluto Press 2009.
RODOTA’, S., Tecnopolitica, Laterza, Roma-Bari 2004 (nuova edizione accresciuta).
SENNETT, R., Il declino dell’uomo pubblico, Tr. it. Bruno Mondadori, Milano 2006.
1 Vedi “The Internet’s Role in Campaign 2009”, http://pewresearch.org/pubs/1192/internet-politics-campaign-2008
2 Vedi il dossier “Obama and the Web”, a cura dell’Osservatorio di Comunicazione Politica di Torino, http://www.politicaduepuntozero.it/?p=659
3 La ricerca è stata consegnata alla Regione Puglia in versione provvisoria ai primi di agosto 2009. La versione definitiva verrà pubblicata secondo tempi e modalità da concordare con il committente.
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