Effetto Albemuth
Notizie, commenti, conflitti e immaginari sulla e dalla Rete
Categoria: Uncategorized. Inviato: domenica, 24 gennaio, 2010.
In un recente intervento sulla rubrica ospitata da Punto Informatico, Mantellini dice la sua sul conflitto Google/Cina. Riassumo (e semplifico drasticamente) le sue argomentazioni:1) la decisione di Google di lasciare il mercato cinese se non sarà liberata dall’obbligo di applicare i filtri imposti dal governo interrompe e inverte una lunga storia di compromessi che aveva visto protagoniste, oltre a Google, Yahoo, Cisco, Microsoft e altre grandi imprese hi tech Usa, tutte disposte a mettere da parte le proprie (sbandieratissime) ideologie liberal/liberiste in nome del profitto; 2) in Occidente non tutti si sono dichiarati entusiasti della mossa: al plauso degli attivisti dei diritti civili e dei governi democratici (che così possono stendere un velo pietoso sulle loro magagne in tema di diritti in rete) risponde quello che Mantellini definisce il “cinismo” di chi vede nella scelta di Google una mossa puramente commerciale (l’impresa realizza meno dell’1% del suo fatturato in Cina, dove controlla solo una frazione del mercato dei motori di ricerca, dominato dal locale Baidu); 3) ma la verità è, aggiunge e conclude Mantellini, che queste imprese non vendono pomodori, bensì informazioni e conoscenze: chi vende pomodori insegue solo il denaro, Google e soci inseguono il denaro (bontà sua!) ma anche la conoscenza; ergo se sono conseguenti (e Google sta dimostrando di esserlo) non possono accettare di fare i censori in cambio di quattrini. A questo punto, tocca assumere la parte del cinico e spiegare perché queste argomentazioni sono tanto ingenue da risultare dannose. Partiamo dal punto 3. A parte lo sgarbo ai venditori di pomodori (ci sono anche i produttori di ortaggi bio per il mercato equo e solidale
, l’idea che a qualsiasi impresa capitalistica possa importare che cosa vende e non il profitto che ne ricava è degna di Cappuccetto Rosso. La produzione/distribuzione di informazioni e conoscenze è oggi il primo business a livello globale (leggere in merito “Comunicazione e potere” di Manuel Castells) e il capitale finanziario investe lì (e assai meno sui pomodori) per questo motivo. Che poi Google, come tutti gli altri del resto, batta la grancassa sulla propria “mission”, ripetendo il mantra “don’t be evil”, nasce dal fatto che viviamo in un’era in cui l’immagine “morale” del marchio è una componente strategica del marketing e quindi del successo commerciale. Tirandosi fuori da un mercato su cui non è riuscita a passare, Google prende due piccioni con una fava: lucida il marchio e distrae l’attenzione dalle durissime cirtiche che, da un anno a questa parte, vengono rivolte alle sue politiche in materia di privacy, concorrenza sleale, tentativo di dominio monopolitico, ecc. Veniamo al punto 2. L’entusiamo con cui gli Stati Uniti (quello dell’Europa conta poco, visto che siamo ormai fuori dal grande gioco per il dominio globale) salutano la “coraggiosa” scelta di Google, nasconde ben altre preoccupazioni che la tutela dei diritti dei cittadini cinesi: è piuttosto un riflesso della lotta fra America e Cina per il dominio globale; gli Stati Uniti sperano di usare la tecnologia come cavallo di troia per indebolire l’unico, grande competitor rimasto sulla scena mondiale. Finché la Cina non rappresentava una seria minaccia, si blaterava sull’inevitabile (un mito da tempo privo di ogni valore) evoluzione democratica che nuove tecnologie di comunicazione e liberalizzazione dei mercati avrebbero indotto. Oggi, si pensa piuttosto a usare la tecnolgia per alzare il livello di scontro sociale in Cina, nella speranza di indebolirne il potenziale politico, economico e militare. Nel caso di Google, in particolare, si spera che il ritiro induca una significativa quota di cittadini/utenti cinesi a ribellarsi alle imposizioni del governo centrale (sia ben chiaro chi chi scrive non “tifa” per la CIna contro l’America, ma preferisce un mondo bipolare a un mondo dominato da un’unica potenza – scenario che, come si è visto dopo il crollo del Muro, non produce affatto allargamento della democrazia, bensì i disastri che abbiamo vissuto negli ultimi decenni). Concludiamo brevemente con il punto 1), solo per ricordare che le imprese cui le cose in Cina stanno andando meglio, vedi Microsoft, non hanno alcuna intenzione di mollare l’osso. Ma Google (anche se raccoglie le simpatie e viene sistematicamente difesa da certi ambienti del “Popolo della Rete” italico, che hanno in Punto Informatico la loro punta di diamante) non è un pescecane dai denti meno affilati di quelli di Microsoft, e tanto meno è il paladino della libertà in rete.
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