Effetto Albemuth
Notizie, commenti, conflitti e immaginari sulla e dalla Rete
Categoria: Uncategorized. Inviato: mercoledì, 28 ottobre, 2009.
Ricordate il “Male”, il geniale giornale satirico che, fra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80, fece del proprio meglio per “seppellire sotto una risata” quel potere politico che era uscito indenne dalla lunga stagione dei movimenti, 68-77? Cadute le illusioni rivoluzionarie e partita onda del riflusso, molti militanti riconvertirono le proprie energie nella esplorazione di “vie di fuga” fondate sulla sperimentazione di pratiche alternative di vita quotidiana. Erano tempi di ironia e disincanto (non privi di una vena di cinismo) – emozioni e sentimenti che trovarono epressione anche nelle corrosive invenzioni di vignettisti e giornalisti del “Male”, saliti alla ribalta con la strepitosa “rivelazione” dell’identità del capo delle Brigate Rosse: Ugo Tognazzi! Ebbene, questo spirito rivive oggi nelle imprese dei comunicatori “fai da te” che sfruttano i canali della Rete (blog, pagine di Facebook, video amatoriali su You Tube, ecc) per sbeffeggiare avversari politici, icone del potere economico, star dei media, ecc. Spesso il linguaggio utilizzato per compiere simili operazioni tocca vette parossistiche di violenza – con effetti grotteschi alla Tarantino, ma siamo davvero di fronte a incitazioni all’odio di classe, allo sterminio dell’avversario, al razzismo, ecc? Dipende. Parlando, ad esempio, dello “scandalo” del gruppo Facebook (con oltre 10000 iscritti) che inneggiava alla eliminazione fisica di Berlusconi, penso che i commenti più intelligenti siano proprio quelli che, parlando di “trollata”, vale a dire di una provocazione paradossale che non va in acun modo presa alla lettera, hanno istituito un rapporto con le sopracitate provocazioni del Male. Questo vuol dire che in Rete non ci sono “veri” siti dell’odio? Assolutamente no. Ecco perché non condivido le germediadi sulla “libertà di espressione” che molti blogger hanno innescato dopo la chiusura del gruppo, provocata dalle violente pressioni del governo italiano su Facebbok. Chiariamo una volta per tutte: il Primo Emendamento della Costituzione americana – che permette, fra le altre cose, alla destra integralista di dipingere Obama come un pericoloso comunista e di incitare al “tirannicidio” – non può né deve essere assunto a fondamento di una immaginaria costituzione di Internet: i governi e le culture politiche “locali” esistono (e contano!) in barba ai patetici proclami di chi insiste a definire le loro censure “grida manzoniane”, perché tanto nessuno può controllare l’architettura della Rete (intanto è bastato che il governicchio italiano facesse la voce grossa con Facebook, perché il social network – ricattato nei suoi interessi – cancellasse il gruppo anti-Berlusconi, mentre restano tranquillamente in piedi decine di pagine di segno opposto, altrettanto se non più violente). Ancora più patetici suonano i giudizi sull’arretratezza di una classe politica incapace di “capire” la Rete. Ormai la capiscono benissimo (e se non la capiscono loro la capiscono i loro consulenti). E a dimostrarlo è proprio la durezza con cui è intervenuto Maroni, deciso a stroncare sul nascere gli spazi dell’opposizione online. Il ministro sa benissimo che non potrà impedire che mille altri gruppi nascano al posto di quello chiuso, sa benissimo che i suoi fedeli fanno altrettanto, sa benissimo che in America avviene di peggio, sa benissimo che non esistono rischi concreti di ritorno degli “anni di piombo”, ma finge di non saperlo per convincere l’opinione pubbica che questi richi esistono. Non lavora per “chiudere”, soffocare, censurare la Rete – secondo il ridicolo stereotipo che identifica la contraddizione principale nella opposizione fra politici e Internet – lavora piuttosto per conquistarla/controllarla, per agevolare la supremazia dei frame comunicativi di destra (violenti o no) sui frame comunicativi di sinistra. La lotta non è – genericamente – contro la censura, ma è lotta per l’egemonia culturale sui nuovi media. Senza dimenticare che i casi di “vero” incitamento all’odio, non solo verbali/paradossali ma orientati all’azione, in rete esistono eccome, e che – almeno a mio parere – simili casi non meritano l’ombrello del Primo Emendamento.
Puoi commentare, o fare un trackback dal tuo sito.

