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febbraio: 2010
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Effetto Albemuth

Notizie, commenti, conflitti e immaginari sulla e dalla Rete

Commenti ( ) Quelli che abboccano alla mossa di Google

In un recente intervento sulla rubrica ospitata da Punto Informatico, Mantellini dice la sua sul conflitto Google/Cina. Riassumo (e semplifico drasticamente) le sue argomentazioni:1) la decisione di Google di lasciare il mercato cinese se non sarà liberata dall’obbligo di applicare i filtri imposti dal governo interrompe e inverte una lunga storia di compromessi che aveva visto protagoniste, oltre a Google, Yahoo, Cisco, Microsoft e altre grandi imprese hi tech Usa, tutte disposte a mettere da parte le proprie (sbandieratissime) ideologie liberal/liberiste in nome del profitto; 2) in Occidente non tutti si sono dichiarati entusiasti della mossa: al plauso degli attivisti dei diritti civili e dei governi democratici (che così possono stendere un velo pietoso sulle loro magagne in tema di diritti in rete) risponde quello che Mantellini definisce il “cinismo” di chi vede nella scelta di Google una mossa puramente commerciale (l’impresa realizza meno dell’1% del suo fatturato in Cina, dove controlla solo una frazione del mercato dei motori di ricerca, dominato dal locale Baidu); 3) ma la verità è, aggiunge e conclude Mantellini, che queste imprese non vendono pomodori, bensì informazioni e conoscenze: chi vende pomodori insegue solo il denaro, Google e soci inseguono il denaro (bontà sua!) ma anche la conoscenza; ergo se sono conseguenti (e Google sta dimostrando di esserlo) non possono accettare di fare i censori in cambio di quattrini. A questo punto, tocca assumere la parte del cinico e spiegare perché queste argomentazioni sono tanto ingenue da risultare dannose. Partiamo dal punto 3. A parte lo sgarbo ai venditori di pomodori (ci sono anche i produttori di ortaggi bio per il mercato equo e solidale :-) , l’idea che a qualsiasi impresa capitalistica possa importare che cosa vende e non il profitto che ne ricava è degna di Cappuccetto Rosso. La produzione/distribuzione di informazioni e conoscenze è oggi il primo business a livello globale (leggere in merito “Comunicazione e potere” di Manuel Castells) e il capitale finanziario investe lì (e assai meno sui pomodori) per questo motivo. Che poi Google, come tutti gli altri del resto, batta la grancassa sulla propria “mission”, ripetendo il mantra “don’t be evil”, nasce dal fatto che viviamo in un’era in cui l’immagine “morale” del marchio è una componente strategica del marketing e quindi del successo commerciale. Tirandosi fuori da un mercato su cui non è riuscita a passare, Google prende due piccioni con una fava: lucida il marchio e distrae l’attenzione dalle durissime cirtiche che, da un anno a questa parte, vengono rivolte alle sue politiche in materia di privacy, concorrenza sleale, tentativo di dominio monopolitico, ecc. Veniamo al punto 2. L’entusiamo con cui gli Stati Uniti (quello dell’Europa conta poco, visto che siamo ormai fuori dal grande gioco per il dominio globale) salutano la “coraggiosa” scelta di Google, nasconde ben altre preoccupazioni che la tutela dei diritti dei cittadini cinesi: è piuttosto un riflesso della lotta fra America e Cina per il dominio globale; gli Stati Uniti sperano di usare la tecnologia come cavallo di troia per indebolire l’unico, grande competitor rimasto sulla scena mondiale. Finché la Cina non rappresentava una seria minaccia, si blaterava sull’inevitabile (un mito da tempo privo di ogni valore) evoluzione democratica che nuove tecnologie di comunicazione e liberalizzazione dei mercati avrebbero indotto. Oggi, si pensa piuttosto a usare la tecnolgia per alzare il livello di scontro sociale in Cina, nella speranza di indebolirne il potenziale politico, economico e militare. Nel caso di Google, in particolare, si spera che il ritiro induca una significativa quota di cittadini/utenti cinesi a ribellarsi alle imposizioni del governo centrale (sia ben chiaro chi chi scrive non “tifa” per la CIna contro l’America, ma preferisce un mondo bipolare a un mondo dominato da un’unica potenza – scenario che, come si è visto dopo il crollo del Muro, non produce affatto allargamento della democrazia, bensì i disastri che abbiamo vissuto negli ultimi decenni). Concludiamo brevemente con il punto 1), solo per ricordare che le imprese cui le cose in Cina stanno andando meglio, vedi Microsoft, non hanno alcuna intenzione di mollare l’osso. Ma Google (anche se raccoglie le simpatie e viene sistematicamente difesa da certi ambienti del “Popolo della Rete” italico, che hanno in Punto Informatico la loro punta di diamante) non è un pescecane dai denti meno affilati di quelli di Microsoft, e tanto meno è il paladino della libertà in rete.

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Commenti ( ) Nostalgia del “Male”

Ricordate il “Male”, il geniale giornale satirico che, fra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80, fece del proprio meglio per “seppellire sotto una risata” quel potere politico che era uscito indenne dalla lunga stagione dei movimenti, 68-77? Cadute le illusioni rivoluzionarie e partita onda del riflusso, molti militanti riconvertirono le proprie energie nella esplorazione di “vie di fuga” fondate sulla sperimentazione di pratiche alternative di vita quotidiana. Erano tempi di ironia e disincanto (non privi di una vena di cinismo) – emozioni e sentimenti che trovarono epressione anche nelle corrosive invenzioni di vignettisti e giornalisti del “Male”, saliti alla ribalta con la strepitosa “rivelazione” dell’identità del capo delle Brigate Rosse: Ugo Tognazzi! Ebbene, questo spirito rivive oggi nelle imprese dei comunicatori “fai da te” che sfruttano i canali della Rete (blog, pagine di Facebook, video amatoriali su You Tube, ecc) per sbeffeggiare avversari politici, icone del potere economico, star dei media, ecc. Spesso il linguaggio utilizzato per compiere simili operazioni tocca vette parossistiche di violenza – con effetti grotteschi alla Tarantino, ma siamo davvero di fronte a incitazioni all’odio di classe, allo sterminio dell’avversario, al razzismo, ecc? Dipende. Parlando, ad esempio,  dello “scandalo” del gruppo Facebook (con oltre 10000 iscritti) che inneggiava alla eliminazione fisica di Berlusconi, penso che i commenti più intelligenti siano proprio quelli che, parlando di “trollata”, vale a dire di una provocazione paradossale che non va in acun modo presa alla lettera, hanno istituito un rapporto con le sopracitate provocazioni del Male. Questo vuol dire che in Rete non ci sono “veri” siti dell’odio? Assolutamente no. Ecco perché non condivido le germediadi sulla “libertà di espressione” che molti blogger hanno innescato dopo la chiusura del gruppo, provocata dalle violente pressioni del governo italiano su Facebbok. Chiariamo una volta per tutte: il Primo Emendamento della Costituzione americana – che permette, fra le altre cose, alla destra integralista di dipingere Obama come un pericoloso comunista e di incitare al “tirannicidio” – non può né deve essere assunto a fondamento di una immaginaria costituzione di Internet: i governi e le culture politiche “locali” esistono (e contano!) in barba ai patetici proclami di chi insiste a definire le loro censure “grida manzoniane”, perché tanto nessuno può controllare l’architettura della Rete (intanto è bastato che il governicchio italiano facesse la voce grossa con Facebook, perché il social network – ricattato nei suoi interessi – cancellasse il gruppo anti-Berlusconi, mentre restano tranquillamente in piedi decine di pagine di segno opposto, altrettanto se non più violente). Ancora più patetici suonano i giudizi sull’arretratezza di una classe politica incapace di “capire” la Rete. Ormai la capiscono benissimo (e se non la capiscono loro la capiscono i loro consulenti). E a dimostrarlo è proprio la durezza con cui è intervenuto Maroni, deciso a stroncare sul nascere gli spazi dell’opposizione online. Il ministro sa benissimo che non potrà impedire che mille altri gruppi nascano al posto di quello chiuso, sa benissimo che i suoi fedeli fanno  altrettanto, sa benissimo che in America avviene di peggio, sa benissimo che non esistono rischi concreti di ritorno degli “anni di piombo”, ma finge di non saperlo per convincere l’opinione pubbica che questi richi esistono. Non lavora per “chiudere”, soffocare, censurare la Rete – secondo il ridicolo stereotipo che identifica la contraddizione principale nella opposizione fra politici e Internet – lavora piuttosto per conquistarla/controllarla, per agevolare la supremazia dei frame comunicativi di destra (violenti o no) sui frame comunicativi di sinistra. La lotta non è – genericamente – contro la censura, ma è lotta per l’egemonia culturale sui nuovi media. Senza dimenticare che i casi di “vero” incitamento all’odio, non solo verbali/paradossali ma orientati all’azione, in rete esistono eccome, e che – almeno a mio parere – simili casi non meritano l’ombrello del Primo Emendamento.

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Commenti ( ) Cittadinanza e ambienti digitali

Dopo una lunga pausa, inizialmente causata da problemi tecnici, successivamente dal sovrapporsi di impegni di lavoro e varie disavventure personali, riprendo ad aggiornare Effetto Albemuth, che, come anticipato qualche mese fa, funzionerà d’ora in poi soprattutto come archivio dei materiali (articoli, saggi e altro) che verrò via via producendo nel corso del mio lavoro di ricerca, mentre note e commenti più brevi e legati all’attualità sono affidati ai miei profili su Facebook e Twitter (linkati sulla home page del blog). Ricomincio pubblicando due interventi nella sezione materiali. Il primo è un paper dal titolo “Crisi dello spazio pubblico e democrazia partecipativa” che ho presentato lo scorso giovedì, 17 settembre, al XXIII Convegno Annuale della Società Italiana di Scienza Politica (SISP). Il Paper è stato discusso nel corso del Panel “Diritti di cittadinanza e nuovi ambienti digitali”, coordinato dal professor Francesco Amoretti dell’Università di Salerno,  che si è protratto anche nella successiva giornata di venerdì 18 settembre, e ha visto, fra i molti contributi, un intervento dell’ex Presidente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali, Stefano Rodotà. Fra i molti temi trattati, il rapporto fra appartenenza reale e virtuale nelle nuove forme di cittadinanza (Francesco Amoretti, Enrico Gargiulo), il rapporto fra sicurezza pubblica e cittadinanza in rete (Gianpasquale Preite), patrimonio e persona nello spazio cibernetico (Mauro Santaniello) e le comunità di creazione online come ecosistemi (Mayo Fuster). Quanto al mio paper, dopo aver sinteticamente ripreso il tema della privatizzazione della sfera pubblica (già affrontato nei miei due ultimi saggi, “Cybersoviet” e “Se questa è democrazia”) , vengono messi a confronto alcuni aspetti della campagna presidenziale del 2008 negli Stati Uniti, con quelli della campagna per le recenti elezioni amministrative in Puglia, con particolare riferimento all’uso dei social network come canale di comunicazione politica. Relativo a quest’ultimo aspetto è anche il secondo materiale che contiene una sintesi provvisoria degli esiti di una ricerca sull’uso politico di Facebook condotta dall’Osservatorio di Comunicazione Politica dell’Università del Salento.

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Commenti ( ) Battaglie di retroguardia

Un anno di carcere e pesante multa ai “pirati svedesi”, ma Pirate Bay è sempre lì e continuerà a restarci. Poco importa se la Dottrina Sarkozy per “bannare” gli sharer dalla rete riuscirà prima o poi a imporsi malgrado i recenti infortuni subiti nel Parlamento francese, poco importa se sentenze come quelle di Stoccolma faranno scuola in altri paesi: quella dei discografici è ormai – come confermano i toni degli ampi servizi che tutti i media dedicano oggi all’evento – una battaglia persa tanto sul piano culturale (nessuno si lascerà “educare” dalla repressione legale, nessuno tornerà a credere che condividere file protetti da copyright è un “furto”), quanto sul piano economico (i vecchi modelli di business sono morti né potranno essere resuscitati, l’unica alternativa è lo sviluppo di piattaforme legali come iTunes o analoghi esperimenti). Restano, tuttavia, interessanti considerazioni da fare in merito all’inerzia del mondo politico e della cultura giuridica, incapaci di prendere atto dell’avvento di un nuovo modo di produrre dominato da un capitalismo immateriale che può (e anzi deve) fare a meno delle vecchie forme di proprietà per sfruttare meglio l’intelligenza collettiva dei produttori/consumatori. Ma è solo questione di tempo: i nuovi padroni troveranno presto il modo di plasmare il sistema giuridico in modo che risponda meglio ai loro interessi. Tocca a noi lottare perché questa trasformazione dischiuda anche nuove opportunità di cooperazione sociale senza finalità di profitto.

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Commenti ( ) Lo stupore delle mosche cocchiere

Le mosche cocchiere del nostro giornalismo di regime si agitano, sempre più sconvolte da quanto succede Oltreoceano. Fino al giorno prima delle elezioni, ci spiegavano che la retorica “populista” di Obama era, appunto, solo retorica , un espediente propagandistico per catturare il consenso degli strati sociali inferiori. Una volta eletto, ridacchiavano con cinico disincanto, la forza delle cose (leggi le inesorabili “leggi” del mercato) lo costringeranno a fare esattamente ciò che avrebbe fatto il suo concorrente repubblicano (o che hanno fatto i suoi predecessori, democratici o repubblicani che fossero). E invece il negro maledetto si mette a fare (o almeno ci prova) esattamente quello che aveva promesso: ritira le truppe dall’Iraq, manda messaggi distensivi alla Cina invece di continuare le isteriche campagne neocons sul pericolo giallo (condite di ipocriti appelli al rispetto di quei diritti civili che le stesse imprese hi tech americane contribuiscono a reprimere offrendo tecnologie ad hoc), dichiara guerra alle lobby degli assicuratori, annunciando di voler aumentare le tasse ai ricchi per finanziare una riforma del sistema sanitario, e a quella dei petrolieri, annunciando una radicale svolta ambientalista…Conseguenza: cominciano a dipingerlo come una sorta di Chavez made in Usa e lo aspettano al varco: quando si renderà conto degli effetti “catastrofici” di queste politiche, rimetterà la testa a posto (altrimenti ci sono sempre gli attentati, magari attribubili agli integralisti isalmici…)

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Nei prossimi giorni approda in libreria il mio nuovo libro, “Se questa è democrazia”, pubblicato da Manni Editore, di cui potere vedere qui sopra la copertina. In un certo senso, potrebbe essere definito la “continuazione” di Cybersoviet, uscito nella primavera del 2008, se non fosse per il fatto che molti dei saggi che ho qui raccolto erano usciti in libri collettanei e riviste prima della pubblicazione del volume di Raffaello Cortina. E tuttavia la definizione non sarebbe ugualmente sbagliata, nel senso che questi testi sono stati aggiornati (in alcuni casi quasi interamente riscritti) sia tenendo conto del dibattito suscitato da Cybersoviet, sia di eventi successivi, dalla crisi economica, alla pubblicazione di una serie di libri che considero fondamentali, all’avvitarsi di una sinistra italiana sempre più incapace di far fronte alle sfide del regime clerico-leghista-berlusconiano. Ed è soprattutto tenendo conto di quest’ultimo aspetto che, dovendo scegliere un capitolo da anticipare su queste pagine, non ho optato per l’Introduzione (come generalmente si fa in questi casi) bensì per le conclusioni, che entrano con i piedi nel piatto del dibattito che, negli utlimi mesi, ha portato alla ennesima scissione fra le forze della Sibistra Radicale. Leggete e (si fa per dire) divertitevi.

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Commenti ( ) Gli interventi di Genova

I file mp3 degli interventi al convegno di Genova per Franco Carlini sono stati pubblicati dagli amici di Totem e si possono scaricare qui

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Commenti ( ) Ricordando Franco

E’ andato molto bene il convegno “Politica condivisa”, dedicato a Franco Carlini. Nell’aula III della Facoltà di Scienze Politiche di Genova si è infatti discusso di idee, il migliore omaggio che si potesse fare alla memoria di Franco, che sarebbe stato il primo a non gradire celebrazioni retoriche. Fra gli intervenuti l’assessore all’innovazione del comune di Genova Andrea Ranier che ha illustrato un progetto di “campus digitale” che dovrebbe promuovere la collaborazione fra funzionari pubblici, università, studenti e cittadini della rete per fare di Genova una sorta di capitale dell’innovazione; Luca De Biase che ha proposto alcune riflessioni in merito al concetto di “economia del dono”, Anna Masera ha analizzato l’impatto delle nuove tecnologie sull’evoluzione del lavoro giornalistico, Enrico Grazzini ha insistito sul ruolo dei knowledge workers nella mutazione epocale in corso, mentre il sottoscritto ha invitato a non trascurare il peso strategico del conflitto sociale ai fini della comprensione del presente. Il tutto brillantemente coordinato da Raffaele Mastrolonardo della redazione di Totem

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Commenti ( ) Perché vi ho tradito…

Cari lettori (se ancora ne è rimasto qualcuno…), come avrete già da tempo intuito, ho deciso di tradirvi. Venendo meno alla promessa di riprendere la nostra conversazione dopo la pausa estiva, non ho più postato una riga a partire del 27 luglio scorso. Sono dunque passati sei mesi (un’eternità per un blog, il quale, per avere un minimo di senso, dovrebbe essere aggiornato perlomeno una/due volte a settimana). Perché questo tradimento senza nemmeno una parola di motivazione? In primo luogo, perché l’impegno di aggiornare le pagine con un minimo di continuità si è fatto via via più gravoso con il crescere degli impegni di lavoro universitario (quest’anno ho tre corsi e sono impegnato su diversi fronti di ricerca) e giornalistico (mantenere un ritmo accettabile di collaborazione con il Corriere della Sera non è impresa da poco). Poi perché devo confessare che ho perso entusiasmo nei confronti della mia attività di blogging: chi lavora comunicando, per continuare a divertirsi e per conservare freschezza, ha ogni tanto bisogno di cambiare strumenti, contenuti e linguaggi. Infine, perché è mia convinzione che, nella nuova fase evolutiva in cui la Rete è entrata da qualche anno, quella, per intenderci (anche se odio il termine per motivi che ho più volte spiegato su queste pagine), del Web 2.0, il cuore dei movimenti sociali, politici, economici e culturali che percorrono la Rete si sia progressivamente e irreversibilmente spostato dalla blogosfera ai social network. Perciò, allo scopo di proseguire la mia attività di osservatore partecipante della socialità online, ho deciso di trasferirmi armi e bagagli sulle pagine di Facebook, dove i lettori del blog che mi avessero nel frattempo preceduto potranno, se lo vorranno, riprendere il nostro dialogo. Facebook è un medium più “povero” del blog? Più che probabile, ma almeno ha il vantaggio di essere una delle nuove, grandi “fabbriche ” dove il cybercapitalismo mette al lavoro l’intelligenza collettiva di decine di milioni di prosumer. e io, da vecchio “militante” preferisco frequentare le masse dei knowledge workers intruppati in questa versione postmoderna della “catena di montaggio”, piuttosto che restare a tessere la mia tela in quella “bottega artigiana” che il blog. Ciò detto, mi è sembrato scorretto limitarmi ad aprire un profilo su Facebook e a non aggiornare più questa pagina, lasciandola morire nel silenzio. Il blog continuerà dunque a vivere come archivio dei molti articoli, materiali e documenti che vi sono stati pubblicati nel corso del tempo; un archivio che verrà ulteriormente arricchito da nuovi materiali, annunciati nella sezione dei post e uploadati nella sezione materiali. A partire dal saggio (un’anticipazione del testo che comparirà fra qualche mese in un volume collettaneo curato da Alberto Abruzzese e Mauro Ferraresi) che ho appena inserito nella sezione materiali. I Commenti verranno invece chiusi, per evitare di venire subissato dallo spam: se qualcuno vorrà chiacchierare con me, venga a cercarmi su Facebook.

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Commenti ( ) Post scriptum

Anche se mi ero già congedato dai lettori, rompo il silenzio e, appema prima di partire per un viaggio in India, segnalo due cose: la prima è la mappa delle ideologie della Rete pubblicata ieri su Alias, il supplemento settimanale del manifesto Mi è sembrato un lavoro utile (che per certi versi ricalca la mappa delle teorie della Rete che ho inserito nel mio ultimo libro) per cui invito i lettori a recuperne una copia (purtroppo l’inserto è accessibile online solo per gli abbonati al quotidiano e in questo momento il server di pazlab stra facendo le bizze, per cui non riesco a caricare il file della mappa, mi riservo di farlo al mio rientro a settembre). La seconda cosa è che ho appena consegnato un articolo alla rivista Quaderno di Comunicazione, in cui sviluppo alcune riflessioni critiche in merito alla metodoilogia delle ricerche empiriche sui nuovi media. Il testo dell’articolo (senza le note) è consultabile nella sezione materiali del blog.

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